Home-page - Numeri
Presentazione
Sezioni bibliografiche
Comitato scientifico
Contatti e indirizzi
Dépliant e cedola acquisti
Links
20 anni di Semicerchio. Indice 1-34
Norme redazionali e Codice Etico
The Journal
Bibliographical Sections
Advisory Board
Contacts & Address
Saggi e testi online
Poesia angloafricana
Poesia angloindiana
Poesia americana (USA)
Poesia araba
Poesia australiana
Poesia brasiliana
Poesia ceca
Poesia cinese
Poesia classica e medievale
Poesia coreana
Poesia finlandese
Poesia francese
Poesia giapponese
Poesia greca
Poesia inglese
Poesia inglese postcoloniale
Poesia iraniana
Poesia ispano-americana
Poesia italiana
Poesia lituana
Poesia macedone
Poesia portoghese
Poesia russa
Poesia serbo-croata
Poesia olandese
Poesia slovena
Poesia spagnola
Poesia tedesca
Poesia ungherese
Poesia in musica (Canzoni)
Comparatistica & Strumenti
Altre aree linguistiche
Visits since 10 July '98

« indietro

Nederlands / Furlan / Italiano 

Giorgio Faggin traduttore di poesia (2016-2019) 

Di Marco Prandoni e Gabriele Zanello1 

In: Semicerchio LXI (02/2019), “Metrics of Translation”, pp. 3-12. 

  

1. Vertalen/Voltâ/Tradurre  

Vertalen

Tradurre

   

Ik lees nu al zo’n zestig jaar het boek

Leggo ormai da sessant’anni il libro

Dat mij dicteert wat ik moet schrijven op leven en dood.

Che mi detta ciò che devo scrivere su vita e morte.

Ik heb geen andere keus.

Non ho altra scelta.

   

Anderen hebben het klaargelegd in een grot

Altri l’hanno approntato in una grotta

Van Lascaux, in een heideggerhut, in de zingende wandelgangen

Di Lascaux, in una capanna Heidegger, nei corridoi canori

Van Grieks en Armeens en Hebreeuws.

Di Greco e Armeno ed Ebraico.

   

Weer anderen hebben het opengedaan in het donker

Altri ancora l’hanno aperto nel buio

Van kleitabletten en kloostercellen, het spijkerschrift

Di tavolette d’argilla e celle di convento, la scrittura cuneiforme

Van mijn afkomst, in hoekig Latijn.

Della mia origine, in latino spigoloso.

   

Ik luister en luister, nog altijd klink ik verkeerd

Io ascolto e ascolto, ancora con la mia nota stonata

In de helder beschilderde zuilenhallen van Zeno, nog altijd

Nel portico dipinto in modo luminoso di Zenone, ancora

Heb ik mijn toekomst verleerd.

Ho disimparato il mio futuro.

   

Nu schiet mij een anoniem grafschrift van Brodsky te binnen.

Adesso mi viene in mente un epitaffio anonimo di Brodskij.

Je moet in je leven proberen de tijd te evenaren,

Nella tua vita devi provare a eguagliare il tempo,

De tijd te imiteren.

A imitare il tempo.

   

Vermijd extremiteiten zoals schreeuwen

Evita estremi quali gridare

En schril stemgeluid. Probeer zo te zijn als de tijd.

E una voce stridula. Prova a essere come il tempo.

En wind je niet op. Als je sterft ben je net als tijd.

E non ti agitare. Quando muori diventi tempo.


(Traduzione di Franco Paris)  

Con questo componimento il poeta fiammingo Leonard Nolens omaggiava il suo traduttore: Giorgio Faggin (Isola Vicentina, 9 agosto 1939)2. Autore di fondamentali studi di storia dell’arte neerlandese e di letteratura e lessicografia friulane, Faggin ha iniziato a tradurre a cinquant’anni, alla stessa età in cui si erano rivelati poeti gli amici scrittori goriziani Franco de Gironcoli e Celso Macor, come anche il filosofo olandese Johan A. dèr Mouw: la scoperta di una vocazione. Da allora, Faggin ha trovato nel tradurre la sua forma prediletta di esegesi, mediazione e ricreazione dei testi e delle letterature che più ama. Proprio dal lavoro comune autore-traduttore con Nolens, Faggin racconta di aver compreso «che anche il traduttore di poesia deve possedere un rigore pressoché scientifico e che deve al poeta che traduce un rispetto incondizionato, sia pure entro i limiti consentiti dalle risorse e dal genio della propria lingua»3. 

La lingua o, meglio, le lingue di Faggin: molte, parlate con scioltezza, dal tedesco al francese al catalano. Su tutte, però, quelle che troviamo elencate nella copertina del recente volumetto Neerlandica: Nederlands / Furlan / Italiano4. Le versioni dal friulano e dal neerlandese sono intese a far conoscere letterature e autori spesso poco noti a livello internazionale. Quelle in friulano – dal canone occidentale, ma anche da vernacoli italiani e letterature non mainstream – ad accrescere il prestigio della lingua, metterne alla prova la disponibilità espressiva nel dialogo con altre lingue della penisola ed europee, nel solco di grandi poeti/traduttori, da Pasolini a de Gironcoli e Cappello5. 

Nel presente contributo ci soffermiamo brevemente su campioni prelevati dalla consistente produzione di Faggin traduttore nell’ultimo quadriennio: le antologie Gli Ottantisti, Biele lenghe, Neerlandica e La brise dal mâr, e i volumetti monografici dedicati ai poeti olandesi Martinus Nijhoff e Adwaita (pseud. di Johan A. dèr Mouw). Gli Ottantisti, compreso nella collana Quaderni dell’Accademia Olimpica di Vicenza, presenta il movimento che rivoluzionò a fine Ottocento il linguaggio poetico neerlandese, quello dei Tachtigers6. Biele lenghe. Versioni poetiche in friulano7 seleziona, tra gli oltre trecento testi tradotti in più di vent’anni8, versioni poetiche da cinquanta autori europei del XIX e del XX secolo. Il volume costituisce un’ampia rassegna d’interessi culturali e linguistici, ma anche un excursus articolato fra diversi orientamenti stilistici e fra molte letterature europee, con particolare attenzione a quelle in neerlandese e in catalano. Tra gli ambiti osservati da Faggin con maggiore interesse si segnala però anche quello della poesia nei dialetti dell’Italia settentrionale9. La brise dal mâr10 ne è una sorta di prosecuzione, con la differenza che quest’ultima plaquette raccoglie versioni poetiche inedite di cui viene presentato anche il testo originale (una prassi consueta, alla quale il vicentino ha rinunciato soltanto in rari casi). La presenza più nutrita è quella degli autori in italiano (da Michelangelo a Giudici) e in neerlandese. 

Dal neerlandese sono anche le versioni del chansonnier di Rotterdam J.H. Speenhoff e dell’aforista fiammingo Julien de Valckenaere (Neerlandica) e due numeri della collana di poesia Lyra Neerlandica dell’editore Raffaelli di Rimini, dedicati rispettivamente a Martinus Nijhoff11 e Johan A. dèr Mouw/Adwaita12. Oltre al modernista Nijhoff, tra le voci poetiche più incisive della poesia neerlandese del Novecento, andrà segnalato l’acume di Faggin nel presentare autori di cui intuiva come prossima la riscoperta nel contemporaneo: così è senz’altro per Dèr Mouw/Adwaita, di cui nel 2019 si ricorda il centenario del debutto e della morte13, e in parte anche per il minore Speenhoff, sui cui spettacoli di cabaret per le truppe dei Paesi Bassi neutrali al tempo della Grande Guerra la critica ha recentemente richiamato l’attenzione14. 

2. Sonetti di Brahma e un poema in italiano 

L’ultima fatica di Faggin è la resa italiana di un’antologia di Johan A. dèr Mouw (1863-1919), spirito per certi versi affine a Ralph W. Emerson, noto poeta e filosofo americano. Nel componimento Brahma (1847), Emerson esprime l’unità del tutto, senza distinzioni – frutto della fallacia dell’esperienza umana del molteplice – tra principio spirituale universale (brahman) e individuale (ātman), passato e presente, gloria e infamia, luce e ombra. Lo stesso concetto, frutto di una conoscenza liberatoria, è espresso dal nome, suggello di una nuova identità, scelto da Dèr Mouw come poeta: Adwaita, che in sanscrito – lingua da lui praticata sin dagli studi classici presso l’Università di Leida – evoca una categoria grammaticale e significa ‘non duale’, come nel pensiero di uno dei sistemi brahmanici, il Vedānta15. Se però Emerson di sé poté scrivere di essere nato poeta, altrettanto non si può dire di Dèr Mouw che, dopo una vita dedicata alla speculazione filosofica e scientifica e all’insegnamento, visse un periodo di profonda crisi che lo portò a tentare il suicidio. Rinacque, cinquantenne, poeta di Brahma. 

In una sorta di dittico, il poeta ricorda il brutto anatroccolo di Andersen, che un giorno disse ai cigni del lago «assassinatemi» («pik me maar dood»: Faggin rende con un solo, terrificante, verbo il grido di disperazione), per poi scoprirsi bello come loro nel riflesso dell’acqua. «Sempre, quando leggevo questa favola, / pensavo che io stesso fossi lui» («En ’k had altijd, wanneer ik ’t sprookje las, / een vreemd gevoel, dat ’k zelf zo’n zwaantje was»: Faggin non ripete «io stesso fossi un cigno - quel piccolo cigno», ma condensa l’identificazione: «io stesso fossi lui»). Così si era sentito Dèr Mouw, fino alla tardiva rivelazione:  

Ja, laat heb ik het ontdekt: Ik ben een zwaan:

Sì, tardi lo scopersi: Sono un cigno:

mij heeft uit poel van dof, smartelijk leven

dall’imo di una vita triste e cupa

het stilgegroeide Godsgevoel geheven,

mi sollevò di Dio il silente cuore

aardse gehechtheid heb ik weggedaan;

e i legami col mondo abbandonai;

   

mijn vleugels zijn weer wit en waard te slaan

ho di nuovo ali bianche, pronte al volo

in Brahmans licht; want wat van slijk bleef kleven,

nella luce di Brahma; liete lacrime

met blijde tranen heb ik ’t weggewreven:

hanno deterso ogni resto di fango:

nu mag, nu durf, nu kan, nu moet ik gaan,

ora oso, posso e devo camminare,

   

ik die, uit angst van aarde, hijgend wou vluchten

io che impaurito cercavo uno scampo

naar bevrijding in storm, in sterreluchten,

nella tempesta, nella luce astrale,

in koele smartenloosheid van natuur,

nella fredda, impassibile natura,

   

tot waar, van eeuwigheid in Brahman dronken,

finché, in Brahma inebriata d’infinito,

de ekstaze ziet als wolk van sterrevonken

l’estasi vede, scintillìo sidereo

stuiven ’t Heelal uit ’t eigen Wereldvuur.

il cosmo deflagrare nel suo fuoco.16


Degli Ottantisti Adwaita preserva la predilezione per la forma del sonetto17 in pentametri giambici e per una lingua – divenuta a inizio secolo koinè poetica – raffinata, duttile nell’esprimere ogni sfumatura emotiva dell’io ma anche strumento di ricerca filosofica, capace di afflato cosmico, mistico, come in Herman Gorter, Albert Verwey, Frederik van Eeden, P.C. Boutens. Ciò che tuttavia rende unica la poesia di Adwaita è l’impasto stilistico, che contamina ‘tragico’ e ‘comico’, trivialità e spiritualità, rifiutando qualsiasi opposizione. In Faggin ritroviamo la limpidezza formale di un «verso» che, come un pesciolino, «fluttua, trascendente» («zo drijft mijn vers in mij, zelf deel aan God»18). Il traduttore è sapiente nel rendere con naturalezza espressioni auliche e vicine al parlato; scrive in endecasillabi con un massimo di adesione semantica all’originale, senza forzature; ci trasmette l’emozione di un’acquisita consapevolezza, salvifica.  

Kent iemand dat gevoel: ’t is geen verdriet,

Tu conosci quel senso: non è pena,

’t is geen geluk, geen menging van die beiden;

né contentezza, né una cosa e l’altra;

’t hangt over je, om je, als wolken over heiden,

pende su te, è una nube sul prato,

stil, hoog, licht, ernstig; ze bewegen niet.

muta alta lieve seria; senza moto.

   

Je voelt je kind en oud; je denken ziet

Ti senti bimbo e vecchio; il tuo pensiero

door alles, wat scheen je van God te scheiden.

entra in ciò che da Dio ti separava.

’t Is of een punt tot cirkel gaat verwijden;

È come un punto che diventa cerchio;

’t is, of een cirkel punt wordt en verschiet.

un cerchio fatto punto e che svanisce.

   

Je denkt: Nooit was het anders; tot mijn Wezen

Rifletti: sempre fu così; il mio essere

ben ’k al zo lang van sterflijkheid genezen.

da tanto tempo non è più mortale.

Je weet: Niets kan mij deren; ik ben Hij.

Sai che tutto va avanti e che sei Lui.

   

Tot zekerheid je twijfel opgeheven,

Il dubbio è divenuto sicurezza,

Zo hang je als eeuwig boven je eigen leven:

senti l’eterno sopra la tua vita:

je bent de wolken en je bent de hei.

quella nube sei tu, ed anche il prato.19


Le due raccolte poetiche dell’attempato debuttante, Brahman I e II escono, postume, nel 1919-20. Sono anni in cui la poesia internazionale è rivoluzionata dalle avanguardie. Accanto a futuristi, dadaisti, espressionisti, nel 1916 ha esordito Martinus Nijhoff (1894-1953). Negli anni Trenta Nijhoff si cimenta con poemi narrativi notevolissimi collocabili nell’alveo del modernismo, tra cui Awater20 e Het veer (Il traghetto). Quest’ultimo21 narra di Sebastiano, dopo il martirio.  

Toen de avond viel, maakte Sebastiaan

Quando scese la sera, Sebastiano

het koord dat zijn twee polsen om de boom

sciolse adagio la corda che stringeva

geboeid hield langzaam los, rukte één voor één

i polsi al tronco, si levò le frecce

de pijlen uit zijn dij, zijn borst, en wierp

dalle cosce e dal petto e le gettò

hen achter zich in ’t gras; ontbindend voorts

dietro di sé nell’erba; poi si tolse

de witte lendedoek, wies hij zijn wonden

il bianco perizoma, si lavò

bij een naburig vijvertje en bevrijdde

nel ruscello le piaghe e ripulì

zijn lichaam van bezoedeling en bloed.

dal sangue il corpo e dalle impurità.

   

Rondziend in ’t wijde land, de duinen links

Guardò la vasta terra, qua le dune

met stijgend licht daarachter uit de zee,

che la luce dal mare illuminava,

rechts de stad in de verte met haar torens,

là la città lontana con le torri,

rood vuur en viaducten langs de kim,

un incendio e viadotti all’orizzonte;

koos hij het klimmend pad dat langs een dijk

e prese la stradina che saliva

de vaart bereikte, en bij dit blanke water,

lungo la diga e giungeva al canale,

breed bed van vrede, uit dieperliggend land

bianca distesa d’acqua che, pacifica,

opgekneld als een zware scheur, vol gloed,

i campi sormontava, chiarità

vol spiegeling, met riet bezoomd, verwijlde

specchiante, con le canne; e lì sostò

een uur of wat, geleund tegen de muur

un po’ di tempo, appoggiandosi al muro

van een klein boerenhuis, Sebastiaan (vv. 1-19).

di una casetta agreste, Sebastiano.22


Il Sebastiano della tradizione cristiana, ripreso nel Novecento già da D’Annunzio/Debussy e Rilke, è trasportato in un paesaggio olandese contemporaneo: dune, mare, polder, canali, dighe, una chiatta che trasporta da una sponda all’altra «bestie, umani, carri, / bici, un’auto» («passagiers, vee, wagens, fietsen, / en auto’s», vv. 24-25). La narrazione scorre piana e silenziosa, lenti i movimenti con cui il martire si scioglie dalla corda, stacca le frecce, ripulisce il corpo. Faggin, che si confronta con la medesima felicità con la forma chiusa del sonetto e con quella aperta del poema narrativo, mantiene la scorrevolezza dell’originale, con endecasillabi collegati da enjambements e una scelta lessicale puntuale per tutte le realtà della vita moderna, senza abbellimenti. I pentametri giambici sciolti neerlandesi presentano delle antimetrie che vivacizzano particolari momenti del racconto. Le ritroviamo anche nel testo italiano, come al v. 11: «rechts de stad in de verte met haar torens», con il dattilo in prima posizione a sottolineare l’indicazione della città sullo sfondo; in italiano «là la città lontana con le torri». 

Sebastiano è pronto a prendere il traghetto con cui salperà verso la sponda antistante, per sprofondarsi nell’ultraterreno a cui ha orientato tutta la vita, fino al martirio. Scorge però in una casetta di campagna un uomo intento a leggere e una donna che guarda fuori, sofferente, mentre ode e vede cose misteriose: sta partorendo. Capisce allora che in quel silenzio, gravido di un nuovo inizio, si cela un segreto portentoso che a lui, nella sua ricerca rigorosa di trascendenza, è sfuggito:  

Die stilte was de stilte niet des doods,

Non era quello un silenzio funereo,

het hemels licht niet, dat Sebastiaan

l’eccelsa luce che Sebastiano

toen pijlen hem doorboorden had aanschouwd;

trafitto dalle frecce aveva scorto;

het was geen rust, geen immer helderder

non un canto di pace che divenga

gezang, waarvan de brede eentonigheid

sempre più chiaro e la monotonia

weer stilte wordt, gelijk een zee, gelijk

diventi muta, un mare, un alveare,

een korf vol bijen of een bos vol wind;

una selva che vibra per i venti;

die stilte daar was aards en warm, was zwanger,

quel silenzio era caldo, era terreno,

hoop, aanvang, was een ademhaling die

turgore, fede, inizio; era un respiro

zich inhoudt bij de diepste teug, geluk

a lungo trattenuto, contentezza

dat zich een hand voor ogen legt en zwijgt

che non vuole guardare e resta zitta

en peinzend zich bezint, een oponthoud

e riflette pensosa; aspettativa,

waarin, als in een slaap, het vrije bloed

dove, come dormendo, il sangue libero

de dag verzoent en onbelemmerd droomt

propizia il giorno e indisturbato sogna

van nieuwe dagen deze dag gelijk.

nuove giornate simili a quel giorno.

Stilte als een eerste dag, en daarin stond

In quel silenzio primordiale stava

Sebastiaan, de schaduw, zeer bevreemd

l’ombra di Sebastiano, stupefatto

dat hij, toen hij in leven was, zijn hoop

perché, quand’era in vita, s’attendeva

gesteld had op een hoger heil dan dit

un bene assai più alto di codesto

thuiskomen in een slapend vruchtbegin;

suo ritorno ad un germe intorpidito;

dat hij begeerd had naar de geest terwijl

perché aspirava all’anima ed invece

het wonderbaarlijk lichaam in de tijd

un corpo prodigioso e temporale

hem gans bewoonde; en dat wie sterft eerst ziet

era l’essere suo; perché morendo

hoe dieper ’t bloed is dan de hemel hoog (vv. 56-79).

si comprende che il sangue è più del cielo.23


Eccezionale è il virtuosismo del traduttore nel rendere l’abbandono – sognato, frustrato – all’unione mistica con l’assoluto: «muta, un mare, un alveare», crescendo esaltato dall’allitterazione e dalla rima interna, mentre nell’originale si ripete l’avverbio gelijk, ‘come’ («gelijk een zee, gelijk / een korf vol bijen»). Pregnante, in italiano come in neerlandese, la consapevolezza che ora – troppo tardi? – punge Sebastiano dello splendore di «un corpo prodigioso e temporale», «een wonderbaarlijk lichaam in de tijd», epifania sottolineata dal doppio accento ritmico che batte su wonderbaarlijk e prodigioso. La massima sapienziale «il sangue è più del cielo» condensa potentemente l’espressione dell’originale «hoe dieper ’t bloed is dan de hemel hoog», lett. «come sia più profondo il sangue che non alto il cielo». 

3. Le più recenti traduzioni in friulano 

Il titolo della più recente raccolta di traduzioni in friulano, La brise dal mâr, è mutuato da quello di una delle poesie presentate nel volume: Brise marine, lirica scritta da un Mallarmé ancora ventitreenne e carico di trasporto per Les fleurs du mal, composta da sedici alessandrini in rima baciata, una forma metrica con la quale Faggin ha consolidato dimestichezza soprattutto attraverso la traduzione friulana di Baudelaire. Altri traduttori hanno preferito rendere questi versi con gli endecasillabi, optando per un verso che riveste nella tradizione poetica italiana una funzione analoga a quella ricoperta dagli alessandrini nella poesia francese. Faggin, invece, ha fatto ricorso ai doppi settenari, cercando di perseguire in tal modo l’equivalenza metrica e ritmica, ma evitando, d’altra parte, una cantabilità che risulterebbe stucchevole.  

La chair est triste, hélas! Et j’ai lu tous les livres.

Al è vilît il cuarp, e o ài let dučh cuančh i libris.

Fuir! Là-bas fuir! Je sens que des oiseaux sont ivres

Sčhampâ! sčhampâ lajù! No sintio inevreâts

D’être parmi l’écume inconnue et les cieux!

i ucej jenfri la spiume discognošude e i cîj?

Rien, ni les vieux jardins reflétés par les yeux

Nuje, e ni i viêj zardins rifletûts tai miei vôj

Ne retiendra ce coeur qui dans la mer se trempe,

nol fermarà chest cûr che s’inmuele tal mâr

O nuits! ni la clarté déserte de ma lampe

oh gnots! e ni il clarôr desolât dal lampion

Sur le vide papier que la blancheur défend

parsore dal sfuei vueit che lu pare il blancôr

Et ni la jeune femme allaitant son enfant.

e ni la mê cristiane che j dà di tete al frut.

Je partirai! Steamer balançant ta mâture,

Sì, o partirai! Navîl che i arbuj tu trindulis,

Lève l’ancre pour une exotique nature!

jeve l’ancure tô inviers paîs oltrans!

   

Un Ennui, désolé par les cruels espoirs,

Un Fastili, pašût di sperancis crudêls,

Croit encore à l’adieu suprême des mouchoirs!

j crôd ančhemò al mandi postrem dai fačolets!

Et, peut-être, les mâts, invitant les orages,

E i maestris, vadì, ch’a clamin lis saetis,

Sont-ils de ceux qu’un vent penche sur les naufrages

a saran chej che un vint ju sburte sui neâts

Perdus, sans mâts, sans mâts ni fertiles îlots.

pierdûts, cence maestri e verdis isulutis...

Mais, ô mon coeur, entends le chant des matelots.

Ma tù, cûr gno, oh scolte il čhant dai marinârs!24


La somiglianza di misura e di pulsazione si riconosce fin dal primo verso, memorabile nel suo irrompere vigoroso e inatteso, nella sua incisività scenica, nei suoi legami intertestuali più o meno impliciti: «La chair est triste, hélas! Et j’ai lu tous les livres». Per questo incipit la traduzione preserva il ritmo giambico («Al è vilît il cuarp, e o ài let dučh cuančh i libris»), sacrificando, di necessità, soltanto l’esclamazione che divide tra loro le due affermazioni che lo compongono; in suo luogo risalta, invece, cuarp ‘corpo’, che rende l’originale chair: una scelta né obbligata né tantomeno gratuita, ma che invece può essere letta come rinvio, seppure in filigrana, al passo evangelico rispetto al quale il verso si propone come riscrittura oppositiva: «La mia anima è triste fino alla morte» (Mt 26,38a). Dopo la denuncia del sentimento di noia e di vuoto, i versi successivi esplicitano la volontà di assecondare il richiamo del viaggio, che si configura innanzitutto come evasione dal proprio ambiente e dalla quotidianità, come rifiuto dei legami familiari e delle convenzioni sociali. A scandire il rigetto, la triplice occorrenza della negazione ni, mantenuta anche in friulano (potenziata dalla congiunzione e), e naturalmente il pronome indefinito Rien (Nuje, ‘niente’). A ribadire il sogno della partenza, invece, la doppia esclamazione («Fuir! Là-bas fuir!», reso con «Sčhampâ! sčhampâ lajù!») e i verbi di movimento (come partirai, che nel friulano è potenziato, ancora con gestualità teatrale, dall’avverbio Sì), ma anche l’immagine degli uccelli, tradizionalmente associata al desiderio di libertà. Il carattere irreversibile della scelta, infine, è sottolineato da ne retiendra (nol fermarà). 

Sul piano del contenuto, nulla del testo originale viene compromesso dalla traduzione: l’avvilirsi degli stimoli sensuali, la mancanza d’interesse per la lettura, lo spegnersi dell’ispirazione interiore, il desiderio di viaggiare e di abbandonarsi alla brezza marina per ravvivare, in lontananze esotiche e seducenti, una creatività usurata e stanca; e si intuisce senza difficoltà che il viaggio agognato non risponde soltanto al desiderio di fuga, ma diventa metafora dell’ispirazione. Tuttavia anche molti dei dispositivi formali del testo originale hanno potuto essere traslati nella traduzione friulana («les vieux jardins reflétés par les yeux» trova riscontro in «i viêj zardins rifletûts tai miei vôj»; ma si osservi anche «sfuei vueit»). Quest’ultima, peraltro, non è soltanto una semplice trasposizione o un esercizio di vocabolario. Se la poesia è in sé un atto creativo irripetibile, anche la traduzione deve costituire, almeno in qualche misura, un atto inventivo che supera la mera equivalenza verbale. Questo testo friulano, per quanto derivato da un altro originale, per quanto semanticamente fedele ad esso, vive di una sua autonomia, che Faggin caratterizza soprattutto attraverso una tessitura lessicale sottile e precisa. Va sottolineato come questa particolare prova offra soltanto in parte un saggio di quella che è stata definita «una idea di friulano atopica e acronica, che stringe in un sistema organico e fuso il lemma desueto, con solo certificato documentario, e il lemma senza tradizione»25. Indubbiamente non mancano tessere di sapore più letterario: il termine inevreâts (‘ebbri’), per esempio, nella lingua parlata appare scalzato da voci di grana più grossa, e risulta relegato ormai da tempo a un uso prevalentemente poetico; spiume ‘schiuma’, che Faggin intercetta in Dino Virgili, autorevole scrittore novecentesco e padre del primo romanzo friulano26, è voce meno comune rispetto a sbrume; ma alla patina di ricercata letterarietà contribuiscono anche clarôr ‘chiarore’, blancôr ‘biancore’, navîl ‘battello’, oltrans ‘forestieri’ (per exotique), fino a postrem ‘estremo’ (latinismo scoperto, assente dai repertori), associato a un friulanissimo mandi ‘addio’. Richiede un appunto anche Ennui, ‘noia’, qui tradotto con Fastili ‘noia, fastidio, molestia, disgusto’: un lemma che Faggin documenta ampiamente nel proprio Vocabolario27 e che dunque adotta qui con la stessa consapevolezza che, in un’altra magistrale traduzione, lo aveva condotto a rendere lo Spleen di Baudelaire con Smare28. 

Nonostante l’influsso esercitato su molta letteratura spagnola successiva, il poeta andaluso Gustavo Adolfo Bécquer (1836-1870) è rimasto pressoché sconosciuto in Italia, dove ancora adesso è poco studiato; tuttavia a Faggin non sarà sfuggito il fatto che il goriziano Ugo Pellis aveva tradotto in friulano una lirica tratta dalle sue Rimas29. Più in generale, sono ben noti gli interessi di Pier Paolo Pasolini per Antonio Machado e Juan Ramón Jiménez, e di tutta l’Academiuta casarsese per le letterature in castigliano e in catalano. Ma anche Angelo M. Pittana, in tempi più recenti, si è rivolto al mondo culturale ispanofono per una silloge di traduzioni da sei poeti30. In questo caso la scelta di Faggin privilegia un testo che, pur conservando la linearità e la facilità stilistica della poesia popolare, affronta con toni intimi la tematica – centrale nelle Rimas – di un sentimento amoroso tanto intenso quanto travagliato.  

Volverán las oscuras golondrinas

A tornaran lis moris cisilutis

en tu balcón sus nidos a colgar,

a pičhâ i lôr niduts tal to pujûl

y otra vez con el ala a sus cristales

e a ticaran cu l’ale ančhemò i veris

        jugando llamarán.

vosand e mateand:

Pero aquellas que el vuelo refrenaban

ma chês ch’a slizerivin i lôr svûj

tu hermosura y mi dicha a contemplar,

par smirâ la tô gracie e la mê ǧhonde,

aquellas que aprendieron nuestros nombres...

chês ch’a impararin il to nòn e il gno,

        ésas... ¡no volverán!

lôr... plui no tornaran.

   

Volverán las tupidas madreselvas

A tornarà la penge marisilve

de tu jardín las tapias a escalar,

a rimpinâsi su pal mûr dal ort

y otra vez a la tarde aún más hermosas

e a daviergi sotsere lis sôs rosis

        sus flores se abrirán.

bielis tanche mai ce;

Pero aquellas cuajadas de rocío

ma chês che lis bagnave la rosade

cuyas gotas mirábamos temblar

ch’o čhalavi lis gotis sôs trimants

y caer como lágrimas del día...

a colâ tanche làgrimis dal dì...

        ésas... ¡no volverán!

lôr... plui no tornaran.

   

Volverán del amor en tus oídos

A tornaran te orele tô a bruî

las palabras ardientes a sonar;

lis peraulis ferbintis dal amôr

tu corazón de su profundo sueño

e il to cûr ch’al durmive un sium filât

tal vez despertará.

salacôr si svearà;

Pero mudo y absorto y de rodillas,

ma cidìn, pinsirôs e ingenoglât

como se adora a Dios ante su altar,

come l’omp ch’al adore Diu tes glesiis,

como yo te he querido..., desengáñate,

come che jo ti amai..., tu pûs sèi cierte:

nadie así te amará.

nissun nol ti amarà.31


Anche in questo caso Faggin affronta una struttura metricamente chiusa, composta da sei quartine di tre endecasillabi e un settenario, secondo una combinazione di versi consueta in Bécquer. Tuttavia le sei strofe, a motivo del parallelismo nella distribuzione dei contenuti, vengono graficamente unite, due a due, a formare tre stanze, identiche per disposizione formale, che si aprono con il riferimento a una realtà naturale e che poi sfumano il dato esperienziale presentandolo come irripetibile. In questo modo l’autore ottiene un crescendo d’intensità e drammaticità. Al di là della struttura metrica e della disposizione dei contenuti, che vengono rigorosamente assecondate, la lettura della versione friulana mostra come rimanga inalterata la musicalità dell’originale, caratterizzata da un ritmo delicato, regolare e facilmente riconoscibile. Altri elementi concorrono a definire l’ordito di una poesia semplice soltanto in apparenza: la traduzione conserva l’inversione di soggetto e verbo nei primi due versi di ogni stanza («A tornaran lis moris cisilutis», nella prima), ma anche la gran parte dei parallelismi («moris cisilutis», «penge marisilve», «peraulis ferbintis»; «dal to pujûl», «dal ort»), delle anafore («A tornaran», «A tornarà», «A tornaran»; «ma chês ch’a slizerivin», «ma chês che lis bagnave»; «come l’om», «come che jo»), delle strutture bimembri o trimembri («la tô gracie e la mê ǧhonde», «cidìn, pinsirôs e ingenoglât»); e replica, nella terza stanza, la variazione rispetto all’ordine sintattico che aveva caratterizzato le due precedenti: 

Volverán las oscuras golondrinas /
en tu balcón sus nidos a colgar
A tornaran lis moris cisilutis /
a pičhâ i lôr niduts tal to pujûl

Volverán las tupidas madreselvas /
de tu jardín las tapias a escalar
A tornarà la penge marisilve /
a rimpinâsi su pal mûr dal ort

Volverán del amor en tus oídos /
las palabras ardientes a sonar
A tornaran te orele tô a bruî /
lis peraulis ferbintis dal amôr 

Segnaliamo, nel testo friulano, la presenza di due diminutivi – cisilutis ‘rondinelle’ e niduts ‘piccoli nidi’ – motivati da ragioni metriche, ma in realtà coerenti con l’indole della lirica e aperti al dialogo intertestuale con la letteratura friulana (Giovanni Battista Gallerio e Giuseppe Driulini, per fare soltanto due nomi, ma forse non sarà estranea Maria Gioitti Del Monaco: «Cisilutis, cisilutis / bielis pizzulis morutis»32). Gli unici scarti a livello semantico si registrano in due punti: nella resa dei due verbi conclusivi della prima strofa («y otra vez con el ala a sus cristales / jugando llamarán»), per i quali si preferisce in friulano un’espansione che fa leva su tre forme («e a ticaran cu l’ale ančhemò i veris / vosand e mateand»); e nella traduzione del verbo mirábamos ‘guardavamo’ con la prima persona singolare čhalavi ‘guardavo’. Si tratta di scelte che non derogano dal rispetto di una struttura poetica attentamente calibrata e nulla tolgono alla trasparenza, all’autenticità e alla bellezza formale della traduzione friulana. 

Tra gli autori la cui presenza in questa antologia merita di essere segnalata si ricorda lo sloveno Srečko Kosovel (1904-1926), cantore del Carso. Anche in questo caso di tratta di una voce poco nota al pubblico italiano, perché le ottime traduzioni di Jolka Milič33, Gino Brazzoduro34, Darja Betocchi35 e Michele Obit36 faticano a uscire dai confini regionali; ma la sensibilità di Faggin per la letteratura slovena, posta al confine con quella friulana, lo aveva condotto già alcuni anni fa a confrontarsi con diversi testi di Alojz Gradnik37, poeta che nei propri versi, spesso affini a quelli dei letterati friulani a lui contemporanei, rappresenta in modo eccellente il contatto tra le culture.  

Tam pod tistim temnim zidom

Dapîd di chel mûr nereôs

sem poslavljal se od tebe

ti disevi “O scuen lâ, mandi”.

in sem te težkó poljubljal

Cun ingôs o bušavi

na oči otožnovdane

i tiei vôj bogns e avilîts

in na tvoje temne lase

e i čhavêj scûrs

in tajil besede rahle,

e o tasevi peraulis tenaris

da bi Krasu bil podoben.

par someâ il nestri Čhars.

   

In ko sem domov se vračal,

E in tornâ a čhase mê,

sem na cesti se razjokal,

biel talpinand o vaìvi

tiho, da ni čulo polje,

a cidìn parche i čhamps no sintissin

tiho, da ni čula gmajna,

e che nol sintìs il magrêt

da drevo ni zaihtelo

e che nol sangločàs il len

sredi gmajne, tiho, samo.

bessôl tal mieǧ dal prât.


4. Dall’arte poetica all’arte traduttoria 

L’impegno di Faggin studioso e traduttore – due dimensioni per lui inscindibili – si rivolge quindi da un lato a una lingua ‘di minore diffusione’ come il neerlandese, in cui da secoli si è espressa una vivace letteratura38, purtroppo poco nota al di fuori dei confini di Paesi Bassi e Belgio, a differenza delle espressioni artistiche visive e musicali di quella civiltà; dall’altro a una lingua regionale come il friulano, la quale ha avuto modo, nel corso del tempo, di essere impiegata in usi scritti di notevole interesse tanto linguistico quanto letterario; infine ad altre letterature minori / minoritarie o di confine come quella catalana e slovena. Lontano da qualunque provincialismo, si cimenta comunque sempre anche con le grandi letterature nazionali (italiana, francese, castigliana, tedesca, russa). 

Traducendo poesia, Faggin tende quasi sempre alla fedeltà, ma con un approccio non meramente funzionale. Le sue versioni presuppongono una fase d’interpretazione accurata e informata, nella quale risultano fondamentali le competenze linguistiche plurime e tutt’altro che superficiali di cui egli dispone. Sulla fase della ri-espressione, che implica una creatività capace di attingere a tutta l’ampiezza e allo spessore del codice di arrivo, si rifrange nel caso del friulano l’esperienza lessicografica, che è venuta maturando all’inizio degli anni Ottanta nell’allestimento del Vocabolario. A questo proposito tornano utili alcune immagini offerte da un sonetto di Gerrit Achterberg (1905-1962) ospitato ancora in La brise dal mâr. In Dichtkunst (Ars poetica) il poeta olandese presenta il processo di creazione poetica come un’attività artigianale che implica la ricerca di una meticolosa simmetria, connubio felice di passione e ragione. Allo stesso modo, l’arte traduttoria di Faggin offre un pregevole saggio di equivalenza dinamica, guadagnata con fatica attraverso la capacità di cogliere con sensibilità le vibrazioni più nascoste del testo di partenza e la perizia nell’usare in modo ragionato ed elegante la lingua d’arrivo.  

Dichtkunst

Ars poetica

   

De dikke dronken zwermen van gevoelen

Il scuam des impressions, evri e folčhât,

krijgen bestel, wanneer ze in de taal

al čhape forme cuand che la fevele

op woorden samentrekken, die ze schaal

s’imbručhìš in peraulis che a jê j dan

geven, zodat ze tot kristal verkoelen.

l’infičhe frede e dure di un cristal.

   

De dichter weet het tijdstip te voorvoelen

Il poete al cognoš il moment just

waarop zich deze werking integraal

che chel procediment integralmentri

voltrekken zal, het woordmateriaal

si complirà; la materie verbâl

wentelt in hem met een donker bedoelen.

a sgurle in lui cunt’un fin misteriôs.

   

Aan beide kanten worden kansen wakker.

Ocasions si presentin ca e culà.

Begrip en lust bewegen naar elkaar.

L’intelet e il plasè a van ùn viers l’altri.

Hartstocht en rede komen in contact.

Si točhin la passion e la reson.

   

Het scala schokt. De symmetrie verstrakt.

Rapuarts scossâts. La simetrie si strenǧ.

Uit alle lijnen klimmen steile vlakken

Plans revids a van sù par ogni linie

tegen de nu gevonden evenaar.

incuintri al ecuadôr cumò čhatât.39


Note 

1 Il contributo è stato discusso dagli autori in tutte le sue parti. Sono frutto di stesura comune i paragrafi 1 e 4, mentre il paragrafo 2 si deve a Marco Prandoni e il 3 a Gabriele Zanello. 

2 Leonard Nolens, Woestijnkunde, Amsterdam-Antwerpen, Querido 2008, p. 56. La traduzione di Franco Paris è stata pubblicata nel Festschrift Multas per gentes. Omaggio a Giorgio Faggin, a cura di Marco Prandoni e Gabriele Zanello, Padova, Il Poligrafo 2009, p. 13. 

3 Leonard Nolens, Congedo e altre poesie, a cura di Giorgio Faggin, Pistoia, Via del Vento 1999, p. 29. 

4 Giorgio Faggin, Neerlandica. J.H. Speenhoff e J. de Valckenaere. Nederlands, furlan, italiano, Vicenza, Tipografia Editrice Esca 2018. 

5 Cfr. Gabriele Zanello, Esperienze di traduzione letteraria in friulano nel Novecento, in Studi filologici e interculturali tra tradizione e plurilinguismo, a cura di Rita Scotti Jurić, Nada Poropat Jeletić e Isabella Matticchio, Ariccia (Roma), Aracne 2016, pp. 31-46. 

6 Giorgio Faggin, Gli Ottantisti (Tachtigers). Poesia olandese tra Otto e Novecento, Vicenza, Accademia Olimpica 2015. 

7 Giorgio Faggin, Biele lenghe. Versioni poetiche in friulano, Vicenza, Tipografia Editrice Esca 2017. Il volume è dedicato al poeta friulano Domenico Zannier. 

8 Si vedano almeno Giorgio Faggin, Shakespeare Baudelaire Boutens in versi friulani, Vicenza, Tipografia Editrice Esca 2013 e Giorgio Faggin, Melopee. Siet poets neerlandês, a cura di Marco Prandoni e Gabriele Zanello, Udine, Societât Filologjiche Furlane 2014. 

9 Alla quale già nel 1995 era stata dedicata l’antologia Il savôr dal pan. Poesìis nord-italianis dal ’900, Udine, Clape Culturâl Acuilee 1995. 

10 Giorgio Faggin, La brise dal mâr. Versioni poetiche in friulano, Vicenza, Tipografia Editrice Esca 2019. 

11 Martinus Nijhoff, La canzone delle api stolte e altre poesie, trad. di Giorgio Faggin, a cura di M. Prandoni, Rimini, Raffaelli 2017. 

12 Adwaita (J.A. dèr Mouw), Servo Brahma e altre poesie, trad. di Giorgio Faggin, a cura di Herman van der Heide, Rimini, Raffaelli 2019. 

13 Lucien Custers, Alleen in wervelende wereld. Het leven van J.A. dèr Mouw, Nijmegen, Vantilt 2018. 

14 Rozemarijn van Kalmthout, De zingende overste. Het oorlogsoeuvre van J.H. Speenhoff, in «Nieuw Letterkundig Magazijn» 36 (2018), pp. 34-39. 

15 Raffaele Torella, Il pensiero dell’India. Un’introduzione, Roma, Carocci 2008, pp. 89-94. Si veda anche J. Robaey, Testimonianze dell’influenza indiana sulla letteratura in Belgio e in Olanda: Elskamp, Dèr Mouw, Van Eeden, in Contributi alla storia dell’orientalismo, a cura di G.R. Franci, Bologna, Clueb 1985, pp. 109-24. 

16 Adwaita, Servo Brahma e altre poesie, pp. 77-8. 

17 Per cui cfr. Herman van der Heide, Adwaita e il sonetto, in Servo Brahma e altre poesie, pp. 5-17. 

18 Adwaita, Servo Brahma e altre poesie, pp. 58-9. 

19 Adwaita, Servo Brahma e altre poesie, pp. 42-3. 

20 Martinus Nijhoff, Awater, a cura di Herman van der Heide, trad. Monica Puleo, Rimini, Raffaelli 2016. 

21 Del 1931, poi inserito in Nieuwe gedichten (Nuove poesie) nel 1934. Cfr. almeno Kees Fens, Het veer van M. Nijhoff, «Raster» 1 (1967), pp. 306-24. 

22 Martinus Nijhoff, La canzone delle api stolte e altre poesie, pp. 70-1. 

23 Martinus Nijhoff, La canzone delle api stolte e altre poesie, pp. 74-5. 

24 Giorgio Faggin, La brise dal mâr, pp. 28-9. 

25 Rienzo Pellegrini, Prefazione, in Giorgio Faggin, Il mandolâr. Poeti triestini tradotti in friulano, Pordenone, Biblioteca Civica 2007, p. XIV. 

26 Dino Virgili, L’aghe dapît la cleve. Conte di amôr, Reana del Rojale, Chiandetti 1957. 

27 Giorgio Faggin, Vocabolario della lingua friulana, Udine, Del Bianco 1985, pp. 424-5. 

28 Giorgio Faggin, Shakespeare Baudelaire Boutens in versi friulani, pp. 106-7. 

29El arpa (L’arpe), ora in: Ugo Pellis, Scritti friulani scelti, Udine, “Il Tesaur” 1955, p. 59. 

30Tesaurs di peraulis. Tesoros de palabras, poesiis in lenghe castiliane voltadis par furlan di Angelo M. Pittana, Udine, Kappa Vu 2009 (Alfonsina Storni, Carmen Conde, Rafael Alberti, Federico García Lorca, Pablo Neruda, Juan Ramón Jiménez). 

31 Giorgio Faggin, La brise dal mâr, pp. 28-9. 

32 Maria Gioitti Del Monaco, Co al criche al dì. Puisìis pai fruz, Udine, Società Filologica Friulana 1972, p. 22. 

33 Srečko Kosovel, Poesie di velluto e integrali, a cura di Jolka Milič, L’Asterisco 1971; Srečko Kosovel, Il mio canto. Moja pesem, a cura di Jolka Milič, Trieste, Il Ramo d’Oro - Tržaška Knjigarna / Libreria Triestina 2002. 

34 Srečko Kosovel, Tra il nulla e l’infinito, a cura di Gino Brazzoduro, Trieste, Editoriale Stampa Triestina 1989. 

35 Srečko Kosovel, Tra Carso e caos. Pre/sentimenti, a cura di Darja Betocchi, con i disegni costruttivisti di Edvard Stepančič, Trieste, Comunicarte Edizioni 2014. 

36 Srečko Kosovel, Quel Carso felice, poesie scelte a cura di Michele Obit, Trieste, Transalpina Editrice 2017. 

37 Alojz Gradnik, Poesìis, Udine, Clape Culturâl Acuilee 2005. 

38 Di prossima uscita il manuale Roberto Dagnino, Marco Prandoni (a cura di), Cultura letteraria neerlandese. Autori, testi e contesti dal Medioevo a oggi, Milano, Hoepli. 

39 Giorgio Faggin, La brise dal mâr, pp. 60-1.


¬ top of page


Iniziative
4 ottobre 2026
Semicerchio al Salon de la Revue di Parigi

30 agosto 2026
Addio a Mariella Bettarini

21 agosto 2026
Brindisi: Presentazione Semicerchio Poesia da Gaza

21 aprile 2026
Alessandro De Francesco nuovo presidente dell'Associazione Semicerchio

26 febbraio 2026
Dossier Poesia di Gaza, ed. S. Sibilio

6 febbraio 2026
Call per numeri di riviste letterarie e convegni

1 febbraio 2026
Addio all'artista Nick Kraczyna

11 gennaio 2026
Addio a Giancarlo Cauteruccio

11 dicembre 2025
Convegno Compalit, Pisa 11-13/12/25: Filtri. La forma come mediazione e come conflitto

5 dicembre 2025
Semicerchio a "Più libri più liberi" (Roma)

3 dicembre 2025
Dialogo con Jorie Graham-Torino

12 ottobre 2025
Semicerchio al Salon de la Revue di Parigi

9 ottobre 2025
Addio a Francesco Recami

26 settembre 2025
Semicerchio a Bright -Siena

24 settembre 2025
Addio ad Ana Siekiera

22 settembre 2025
Adesione sciopero per Gaza

21 settembre 2025
Semicerchio col CRIC a Firenze RiVista

9 settembre 2025
In memoria di Anna Maria Volpini - Firenze, 9 settembre

1 settembre 2025
Per i 90 anni di Charles Wright - di Antonella Francini

7 giugno 2025
Semicerchio per Gaza

26 marzo 2025
Semicerchio a UNISTRASI

5 marzo 2025
Il testo-natura. Presentazione di Semicerchio 70 e 71, Roma Sapienza.

22 novembre 2024
Recensibili per marzo 2025

19 settembre 2024
Il saluto del Direttore Francesco Stella

19 settembre 2024
Biblioteca Lettere Firenze: Mostra copertine Semicerchio e letture primi 70 volumi

16 settembre 2024
Guida alla mostra delle copertine, rassegna stampa web, video 25 anni

21 aprile 2024
Addio ad Anna Maria Volpini

9 dicembre 2023
Semicerchio in dibattito a "Più libri più liberi"

15 ottobre 2023
Semicerchio al Salon de la Revue di Parigi

30 settembre 2023
Il saggio sulla Compagnia delle Poete presentato a Viareggio

11 settembre 2023
Presentazione di Semicerchio sulle traduzioni di Zanzotto

11 settembre 2023
Recensibili 2023

26 giugno 2023
Dante cinese e coreano, Dante spagnolo e francese, Dante disegnato

21 giugno 2023
Tandem. Dialoghi poetici a Bibliotecanova

6 maggio 2023
Blog sulla traduzione

9 gennaio 2023
Addio a Charles Simic

9 dicembre 2022
Semicerchio a "Più libri più liberi", Roma

15 ottobre 2022
Hodoeporica al Salon de la Revue di Parigi

13 maggio 2022
Carteggio Ripellino-Holan su Semicerchio. Roma 13 maggio

26 ottobre 2021
Nuovo premio ai traduttori di "Semicerchio"

16 ottobre 2021
Immaginare Dante. Università di Siena, 21 ottobre

11 ottobre 2021
La Divina Commedia nelle lingue orientali

8 ottobre 2021
Dante: riletture e traduzioni in lingua romanza. Firenze, Institut Français

21 settembre 2021
HODOEPORICA al Festival "Voci lontane Voci sorelle"

11 giugno 2021
Laboratorio Poesia in prosa

4 giugno 2021
Antologie europee di poesia giovane

28 maggio 2021
Le riviste in tempo di pandemia

28 maggio 2021
De Francesco: Laboratorio di traduzione da poesia barocca

21 maggio 2021
Jhumpa Lahiri intervistata da Antonella Francini

11 maggio 2021
Hodoeporica. Presentazione di "Semicerchio" 63 su Youtube

7 maggio 2021
Jorie Graham a dialogo con la sua traduttrice italiana

23 aprile 2021
La poesia di Franco Buffoni in spagnolo

22 marzo 2021
Scuola aperta di Semicerchio aprile-giugno 2021

19 giugno 2020
Poesia russa: incontro finale del Virtual Lab di Semicerchio

1 giugno 2020
Call for papers: Semicerchio 63 "Gli ospiti del caso"

30 aprile 2020
Laboratori digitali della Scuola Semicerchio

» Archivio
 » Presentazione
 » Programmi in corso
 » Corsi precedenti
 » Statuto associazione
 » Scrittori e poeti
 » Blog
 » Forum
 » Audio e video lezioni
 » Materiali didattici
Editore
Pacini Editore
Distributore
PDE
Semicerchio è pubblicata col patrocinio del Dipartimento di Teoria e Documentazione delle Tradizioni Culturali dell'Università di Siena viale Cittadini 33, 52100 Arezzo, tel. +39-0575.926314, fax +39-0575.926312
web design: Gianni Cicali

Semicerchio, piazza Leopoldo 9, 50134 Firenze - tel./fax +39 055 495398