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Pasti in poesia: ostriche e digiuno. Due traduzioni in memoriam
Di Marco Sonzogni
In: Semicerchio LI (02/2014), “Per Seamus Heaney”, pp. 29-34.
His last gruel of winter seed Caked in his stomach (Seamus Heaney, The Tollund Man)
Quando lo rivedo, Seamus mi sembra più in forma rispetto a un anno prima. Le sue lettere, i suoi fax, le sue e-mail e poi anche i suoi text message erano sempre così pieni di vita e di sapere, le parole sempre così puntuali e potenti, che uno si abituava in fretta all’idea di averlo accanto in ogni momento, nunc et semper.
Il sole – quello irlandese di dicembre, anemico ma comunque vivo nel suo bagliore celtico, forse accentuato dallo specchio della baia dublinese – fa capolino nel soggiorno dal vicino lungomare di Sandymount (immagino la luce che si riversa dal lucernario nella mansarda dove si ritira a scrivere, ora, e for good, rabbuiata e sileziosa).
E lo vedremo tramontare il sole, insieme a lui, dopo un’intensa giornata di revisione. Quest’anno, infatti, c’è con me Anna Ravano. Abbiamo bisogno di porgli diverse domande – dubbi d’interpretazione da chiarire, snodi di traduzione da sciogliere – e ci trattiene a fatica il senso di colpa che accompagna la certezza, tutta da meritare, che Seamus, con abituale generosità, affettuosa e paziente, non si sottrarrà al nostro scrutinio e ci aiuterà a superare i nostri limiti.
Le cose sono davvero andate così e ora mi restano tanti ricordi, che la morte ha reso ancora più nitidi e intensi, e che sguizzano come anguille avanti e indietro nella mia mente: parole, versi, lunghi brani in prosa, aneddoti ma anche semplici sguardi e silenzi – incorruttibili scatti d’autore, accecanti bagliori di una mente incredibilmente intelligente che espongono l’inadeguatezza del traduttore, scalfendone le già poche certezze, esigendone ulteriori sforzi, slanci.
Ma se chiudo gli occhi, lo rivedo e lo risento. Adesso, per esempio, lo immagino a tavola quel giorno di dicembre – sarà il nostro ultimo pranzo. Lui è a capo-tavola. La moglie Marie, che ha preparato il pranzo, è alla sua sinistra; poi, Anna, Catherine, che è appena rientrata da Londra per le vacanze di Natale, e io.
In quel pranzo rivivo altri pasti insieme a lui, in particolare una cena di tanti anni addietro (fine febbraio 1998: la lettera di Seamus preoccupato per «the late drive back» è del 27) a Dundalk, città equidistante da Belfast e Dublino, i due mondi del poeta. In quell’occasione, dopo la lettura delle sue poesie, si finì a cena in una trattoria locale che serviva ostriche e si finì a parlare della sua poesia con quel titolo, che apre la raccolta Field Work (1979).
Per mezzo della poesia il pasto di ostriche assurge mentalmente e sensualmente ad attestato di vita e di speranza – un lusso («l’eccesso del privilegio») in cui sono solo temporaneamente sospese sofferenze, tensioni, preoccupazioni e sensi di colpa che ritorneranno nell’altro, terribile pasto dantesco con cui si chiude la raccolta (l’allettante «acciottolio di gusci» sul piatto del poeta e la sua lingua come «un estuario in piena» richiamano la bocca famelica di Ugolino e il suo drammatico racconto: «e io senti’ chiavar l’uscio di sotto / a l’orribile torre»). Dopo il ciclo di «Bog Poems» e il mito nordico nel quale iscrive la violenza del presente, e dopo le riflessioni sulla propria biografia in «luoghi e tempi interessanti», ora Heaney ripiega sull’impatto personale e locale dei Troubles. Allo stesso tempo, in cinque strofe non rimate – ciascuna di cinque versi composte da trimetri, tetrametri e pentametri – Heaney rivendica anche il proprio l’impegno poetico, continuando la promessa affidata ai versi di Digging.
L’ostrica bivalve – viva e violata – simboleggia la dualità con il poeta si trova sempre e comunque in gioco: la chiamata collettiva alla testimonianza sociale e politica e quella individuale, per certi versi indispensabilmente solitaria, alla pienezza e alla purezza artistica («animarmi tutto nel verbo, nel puro verbo»). E nell’atavico destino dell’ostrica, di violento sradicamento e reiterata consunzione («A milioni strappate e sgusciate e disperse»), il poeta ‘assapora’ il proprio percoso di uomo e di scrittore.
La tensione etico-emotiva sottesa a questa realizzazione coinvolge entrambe le dimensioni e le scelte che ne scaturiscono portano con sé il «sapore salso» del dubbio e della critica: propria («ho provato rabbia per non poter riporre la mia fiducia / nella chiara luce, come poesia o libertà / che si protendono dal mare») e altrui. E nella scia di un altro esempio della storia – il viaggio oltralpe delle ostriche da nord a sud in epoca romana – si può intravedere anche il viaggio del poeta, che si è trasferito da Belfast a Dublino, lasciandosi fisicamente alle spalle la questione dell’Irlanda del Nord ma non per questo immune o indifferente a quelle vicende.
È proprio in questo (continuo) scarto – e nel conseguente ri-conoscersi e ri-definirsi all’interno di un’‘altra’ dimensione geografica, sociale, politica e culturale – che Heaney ha affondato le radici di una nuova esperienza umana e poetica in cui sofferenza e canto sono indissolubilmente legate, come le valve che racchiudono e custodiscono la carne pulsante dell’ostrica:
Oysters
Our shells clacked on the plates. My tongue was a filling estuary, My palate hung with starlight: As I tasted the salty Pleiades Orion dipped his foot into the water.
Alive and violated They lay on their beds of ice: Bivalves: the split bulb And philandering sigh of ocean. Millions of them ripped and shucked and scattered.
We had driven to that coast Through flowers and limestone And there we were, toasting friendship, Laying down a perfect memory In the cool of thatch and crockery.
Over the Alps, packed deep in hay and snow, The Romans hauled their oysters south to Rome: I saw damp panniers disgorge The frond-lipped, brine-stung Glut of privilege
And was angry that my trust could not repose In the clear light, like poetry or freedom Leaning in from sea. I ate the day Deliberately, that its tang Might quicken me all into verb, pure verb.
Ostriche
Acciottolio di gusci sui nostri piatti. La mia lingua era un estuario in piena, il palato era acceso di stelle. Mentre assaggiavo le Pleiadi salate Orione immerse il piede nell’acqua. Vive e violate giacevano sui loro letti di ghiaccio: bivalvi: il bulbo spaccato e il sospiro seduttore d’oceano. A milioni strappate e sgusciate e disperse.
Eravamo arrivati sulla costa attraverso fiori e rocce calcaree ed eccoci lì a brindare all’amicizia, apparecchiando un ricordo perfetto nella frescura di un tetto di paglia e stoviglie caserecce.
Oltre le Alpi, ben imballate nel fieno e nella neve, i romani trasportavano le ostriche fino a Roma: ho visto umidi panieri riversare l’eccesso del privilegio lambito di fronde e pungente d’acqua salmastra
e ho provato rabbia per non poter riporre la mia fiducia nella chiara luce, come poesia o libertà che si protendono dal mare. Ho mangiato il giorno con cura, affinché il suo sapore salso potesse animarmi tutto nel verbo, nel puro verbo.
Diametralmente opposto, non solo in termini di collazione all’interno della raccolta, è il pasto che Heaney trova preparato, per così dire, da Dante, e che fa istintivamente suo. Si tratta di una traduzione in tre strofe di versi sciolti – fedele allo spirito, certamente, ma anche alla lettera dell’originale – della parte finale (vv. 124-139) del canto XXXII e di tutto il canto XXXIII dell’Inferno.
Le vicende politiche e personali di Ugolino, la sua fine («come la mia buona fede / fu facile preda della sua malvagità, / come fui catturato, imprigionato, e messo a morte») e, a causa sua, quella atroce inflitta ai suoi figli («Perché i peccati / di Ugolino, che tradì i tuoi castelli, non si dovevano imputare ai suoi figli»), non lasciano indifferente il poeta in un momento particolarmente drammatico in Irlanda del Nord.
Il dramma di Ugolino – visualizzato in quel ripugnante e scarno pasto infernale, eternamente insaziabile («un melone di carne insanguinata»): contrappasso non soltanto al digiuno fulminante che uccide ad uno ad uno i suoi quattro figli e poi lui, ma anche al pasto di ostriche che Heaney si gode prima sul piatto e poi sulla pagina – offre al poeta un pre-testo, in senso letterale e allegorico, per affrontare la situazione dei prigioneri repubblicani detenuti nei Blocchi H del Maze, la parte nuova del carcere di Long Kesh (vicino a Lisburn, nella Contea di Antrim, quindici chilometri circa a sud-ovest di Belfast).
Nel giro di cinque anni (1976-1981) i detenuti mettono in atto una serie di proteste: prima quella ‘della coperta’ (blanket protest, 1976), in risposta alla decisione del governo britannico di revocare loro lo status speciale (Special Category Status) di prigionieri politici; poi quella ‘sporca’ (dirty protest, 1978), a seguito dei frequenti pestaggi subiti per mano dei secondini quando si recavano in bagno a lavarsi o a svuotare i loro pitali; e infine quella ‘degli scioperi della fame’ (hunger strike, 1980) di cui questa traduzione dantesca è una potente prefigurazione.
Gli appunti autografi che accompagnano le redazioni manoscritte e dattiloscritte di questo testo non lasciano dubbi sulla drammatica attualità che queste pagine dantesche hanno avuto per il poeta e sull’impatto e sul ruolo che Dante avrà nello sviluppo della sua scrittura.
Questa versione d’autore conferma non soltanto il dialogo diretto con Dante come ideale interlocutore, sia sul piano morale che su quello poetico – in un certo senso raccoglie il testimone lasciato dall’Uomo di Tollund – ma presenta anche al poeta l’alternativa della traduzione come spazio scritturale in cui affrontare con la giusta distanza, e con non meno sentita partecipazione, tematiche particolarmente pesanti e difficili:
Ugolino
We had already left him. I walked the ice And saw two soldered in a frozen hole On top of other, one’s skull capping the other’s, Gnawing at him where the neck and head Are grafted to the sweet fruit of the brain, Like a famine victim at a loaf of bread. So the berserk Tydeus gnashed and fed Upon the severed head of Menalippus As if it were some spattered carnal melon. «You», I shouted, «you on top, what hate Makes you so ravenous and insatiable? What keeps you so monstrously at rut? Is there any story I can tell For you, in the world above, against him? If my tongue by then’s not withered in my throat I will report the truth and clear your name».
That sinner eased his mouth up off his meal To answer me, and wiped it with the hair Left growing on his victim’s ravaged skull, Then said, «Even before I speak The thought of having to relive all that Desperate time makes my heart sick; Yet while I weep to say them, I would sow My words like curses – that they might increase And multiply upon this head I gnaw. I know you come from Florence by your accent But I have no idea who you are Nor how you ever managed your descent. Still, you should know my name, for I was Count Ugolino, this was Archbishop Roger, And why I act the jockey to his mount Is surely common knowledge; how my good faith Was easy prey to his malignancy, How I was taken, held, and put to death. But you must hear something you cannot know If you’re to judge him – the cruelty Of my death at his hands. So listen now.
Others will pine as I pined in that jail Which is called Hunger after me, and watch As I watched through a narrow hole Moon after moon, bright and somnambulant, Pass overhead, until that night I dreamt The bad dream and my future’s veil was rent. I saw a wolf-hunt: this man rode the hill Between Pisa and Lucca, hounding down The wolf and wolf-cubs. He was lordly and masterful, His pack in keen condition, his company Deployed ahead of him, Gualandi And Sismundi as well, and Lanfranchi, Who soon wore down wolf-father and wolf-sons And my hallucination Was all sharp teeth and bleeding flanks ripped open. When I awoke before the dawn, my head Swam with cries of my sons who slept in tears Beside me there, crying out for bread. (If your sympathy has not already started At all that my heart was foresuffering And if you are not crying, you are hardhearted.) They were awake now, it was near the time For food to be brought in as usual, Each one of them disturbed after his dream, When I heard the door being nailed and hammered Shut, far down in the nightmare tower. I stared in my sons’ faces and spoke no word. My eyes were dry and my heart was stony. They cried and my little Anselm said, «What’s wrong? Why are you staring, Daddy?» But I shed no tears, I made no reply All through that day, all through the night that followed Until another sun blushed in the sky And sent a small beam probing the distress Inside those prison walls. Then when I saw The image of my face in their four faces I bit on my two hands in desperation And they, since they thought hunger drove me to it, Rose up suddenly in agitation Saying, «Father, it will greatly ease our pain If you eat us instead, and you who dressed us In this sad flesh undress us here again». So then I calmed myself to keep them calm. We hushed. That day and the next stole past us And earth seemed hardened against me and them. For four days we let the silence gather». Then, throwing himself flat in front of me, Gaddo said, «Why don’t you help me, Father?» He died like that, and surely as you see Me here, one by one I saw my three Drop dead during the fifth day and the sixth day Until I saw no more. Searching, blinded, For two days I groped over them and called them. Then hunger killed where grief had only wounded». When he had said all this, his eyes rolled And his teeth, like a dog’s teeth clamping round a bone, Bit into the skull and again took hold.
Pisa! Pisa, your sounds are like a hiss Sizzling in our country’s grassy language. And since the neighbour states have been remiss In your extermination, let a huge Dyke of islands bar the Arno’s mouth, let Capraia and Gorgona dam and deluge You and your population. For the sins Of Ugolino, who betrayed your forts, Should never have been visited on his sons. Your atrocity was Theban. They were young And innocent: Hugh and Brigata And the other two whose names are in my song.
Ugolino
Lo avevamo già lasciato. Avanzai sul ghiaccio e vidi due saldati in una buca congelata uno sull’altro, e un cranio faceva all’altro da cappello, rodendolo là dove il collo e la testa s’innestano al dolce frutto del cervello, come una vittima di carestia con una forma di pane. Così Tideo forsennato arrotava i denti e si cibava della testa decapitata di Menalippo come fosse un melone di carne insanguinata. «Tu», gridai, «tu che stai sopra, quale odio ti rende così famelico e insaziabile? Cosa ti tiene così mostruosamente assatanato? C’è qualche storia che io possa raccontare per te, nel mondo di su, contro di lui? Se la lingua non mi sarà seccata allora in gola riferirò la verità, e riscatterò il tuo nome». Quel peccatore sollevò la bocca dal suo pasto per rispondermi, e se la pulì con i capelli rimasti sul cranio martoriato della sua vittima. Poi disse: «Persino prima di parlare il pensiero di dover rivivere ogni momento di quel terribile periodo mi angoscia il cuore: ma mentre piango nel pronunciarle, seminerò le mie parole come maledizioni – che possano crescere e moltiplicarsi su questa testa che rodo. Dal tuo accento so che tu sei di Firenze, ma non ho idea di chi tu sia né di come sia riuscito a scendere quaggiù, ma è giusto che tu sappia il mio nome, perché io fui il Conte Ugolino, e questi fu l’Arcivescovo Ruggeri, e perché io faccia il fantino su questa cavalcatura è sicuramente cosa nota: come la mia buona fede fu facile preda della sua malvagità, come fui catturato, imprigionato, e messo a morte. Ma per giudicarlo devi udire cose che non puoi sapere – la crudeltà della mia morte per sua mano. Ascolta dunque.
Altri languiranno come languivo io in quella prigione chiamata Fame a causa mia, e guarderanno come guardavo io attraverso uno stretto pertugio luna dopo luna, luminosa e sonnambula, passarmi sopra, finché quella sera sognai il brutto sogno e il velo del mio futuro fu squarciato. Vidi una caccia al lupo: quest’uomo cavalcava la collina tra Pisa e Lucca, braccando il lupo e i lupacchiotti. Era superbo e autoritario, la sua muta in eccellenti condizioni, i suoi compagni dispiegati in avanscoperta, Gualandi e con loro Sismondi e Lanfranchi, che presto sfinirono i lupi, padre e figli, e la mia allucinazione era tutta denti acuminati e fianchi sventrati e sanguinanti. Quando mi svegliai prima dell’alba, la mia testa era piena delle grida dei miei figli che dormivano in lacrime accanto a me, supplicando pane. (Se non ti è già sorta compassione per il dolore che il mio cuore presentiva e se non stai piangendo, sei duro di cuore). Erano desti adesso, ed era quasi l’ora in cui solevano portare da mangiare, ciascuno turbato dal suo sogno, quando udii martellare e inchiodare la porta giù in fondo a quell’incubo di torre. Fissai il volto dei miei figli e non feci motto. Avevo gli occhi prosciugati, il cuore impietrito. Piangevano e Anselmuccio disse: «Cosa c’è? Perché guardi fisso, padre?» Ma io non versai lacrima, non diedi risposta per tutto quel giorno, per tutta la notte che seguì finché un altro sole arrossò in cielo e mandò un piccolo raggio a sondare l’angoscia tra quelle mura di prigione. Allora quando vidi l’immagine del mio volto nei loro quattro volti mi morsi le mani dalla disperazione e loro, pensando che fossi spinto dalla fame, si levarono di colpo tutti agitati dicendo: «Padre, sarà grande sollievo alla nostra pena se tu mangi noi invece, e tu che ci hai rivestito di questa triste carne qui ce ne rispogli». Allora mi calmai per calmare loro. Restammo in silenzio. Quel giorno e quello dopo trascorsero e la terra sembrava indurirsi contro me e contro loro. Per quattro giorni lasciammo crescere il silenzio. Poi, buttandosi disteso davanti a me, Gaddo disse: «Padre, perché non mi aiuti?» Morì così, e come tu mi vedi qui, ad uno ad uno vidi i miei tre cadere morti il quinto giorno e il sesto finché non ci vidi più. Cieco, li cercai a tastoni e per due giorni brancolai su di loro e li chiamai. Poi la fame uccise dove il dolore aveva solo ferito». Dopo aver detto tutto ciò, rovesciò gli occhi e i suoi denti, come quelli di un cane stretti all’osso, riaddentarono il cranio e tennero la presa.
Pisa! Pisa, i tuoi suoni sono come un sibilo che sfrigola nella lingua erbosa del nostro paese. E poiché gli stati vicini sono lenti a sterminarti, che sia un’enorme diga di isole a bloccare la bocca dell’Arno, siano Capraia e Gorgona a fare argine e a sommergere te e i tuoi abitanti. Perché i peccati di Ugolino, che tradì i tuoi castelli, non si dovevano imputare ai suoi figli. La tua atrocità fu degna di Tebe. Erano giovani e innocenti: Uguccione e Brigata e gli altri due che sono nominati nel mio canto.
In Sweeney Astray – un’altra traduzione: questa volta di un capolavoro anonimo della letteratura irlandese medievale: Buile Shuibhne – e nelle vicissitudini del suo affamato protagonista – «muoio dalla voglia / di crescioni, di un pulito / raccolto di veronica» – riconosceremo subito anche quelle di Heaney, freelancer che deve dar da mangiare alla sua giovane famiglia che lo ha coraggiosamente assecondato e seguito.
Iniziata poco dopo il trasferimento nella campagna dublinese nel 1973, decisione pesante presa in primis per salvaguardare l’integrità etica ed estetica della vocazione di Heaney alla scrittura, è quasi subito accantonata soprattutto perché il poeta avverte come le sue scelte lessicali siano contaminate dalla retorica dei discorsi sulla situazione in Irlanda del Nord.
Ma la poesia, alla lunga, avrà l’ultima parola sulla politica e sull’‘autoesilio’: la traduzione è ripresa, completata e pubblicata dieci anni dopo con notevole successo di critica e di pubblico, ancora una volta saziati da un prelibato pasto poetico di Seamus Heaney.
(Wellington, 30/08/2014)
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