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« indietro Seamus Heaney, poesia ed esperienza Di Massimo Bacigalupo In: Semicerchio LI (02/2014), “Per Seamus Heaney”, pp. 26-28.
«Preservare l’esperienza, ecco una ragione per scrivere», diceva Philip Larkin, poeta ammirato da Seamus Heaney, della generazione subito prima della sua. E Heaney, scomparso prematuramente il 30 agosto 2013, lo citava ancora nelle ultime settimane di vita1. La sua poesia infatti è sempre stata strettamente legata alla sua esperienza: l’infanzia rurale, il cattolicesimo profondo e vissuto conflittualmente dell’Irlanda del Nord, gli studi classici, le letture dei maestri del moderno, lo stato di assedio, gli amori, il senso del passato, gli amici, i compagni di strada, gli inarrivabili esempi: Yeats, Joyce, Eliot, Beckett… Heaney divenne amico dei suoi confratelli Ted Hughes, Josif Brodskij, Derek Walcott, Czeslaw Milosz e del più anziano Robert Lowell alla fine della vita disordinata dell’americano. Nella poesia Oysters2 rievoca un pranzo memorabile con Lowell sulla costa irlandese, quando «preparano un bell’evento da ricordare». E intanto le ostriche fanno pensare ai romani che le facevano arrivare dall’Atlantico, alla «sazietà del privilegio». E mangiare quello iodio significa divenire «verbo, puro verbo». In Heaney c’era grande energia. È un poeta della vita fisica, della parola dinamica. La parola poetica è infatti fisicità, e lui riesce bene a rendere l’immersione in una situazione. Esperienza preservata, come quando pelava le patate con sua madre e le lasciava cadere bianche nell’acqua, o osservava suo padre con la vanga o sempre con la madre piegava le lenzuola, avvicinandosi a lei via via che i due capi si ripiegavano3. La sua scrittura è ricca di questi momenti quotidiani ed epifanici; non per nulla uno dei suoi punti di riferimento era il Wordsworth del Prelude, tutto costellato di ‘punti di tempo’, spots of time: come quello del ragazzo che imita il verso dei gufi finché questi non rispondono. Scena celebre citata da Heaney nel saggio su Sylvia Plath in The Government of the Tongue (riproposto nel 2013 a introduzione della raccolta completa delle poesie di Plath negli Oscar Mondadori). Infatti Heaney è anche saggista cospicuo (tre volumi sono apparsi in italiano), e le sue prose sono complesse e ricche di immagini come i suoi versi. Emerge dalla scuola critica anglosassone degli anni ’50, per cui Eliot rimane imprescindibile. Ma a Heaney piaceva cogliere in un verso un momento vissuto come appunto quello con Lowell, o la battuta di Ted Hughes su cosa si provava quando si stava davanti a Eliot: sembrava di vedere dalla banchina l’immensa prua del transatlantico Queen Mary venire verso di te «molto lentamente»4. Gli scambi con gli amici, i ricordi di queste figure, fanno parte dell’esperienza da ricordare. Heaney aveva poi il dono della sintesi, racchiudeva in poesie dalle forme non di rado chiuse (sonetti, persino villanelle… un altro maestro era per lui l’americana Elizabeth Bishop) un insieme di impressioni, una situazione emblematica, un racconto leggendario (la stupenda St. Kevin and the Blackbird)5. Ed era uno straordinario lettore, privo di retorica, ma efficacissimo nel presentare brevemente la genesi di un suo lavoro. (Lo si può sentire in rete leggere poesie dell’ultima raccolta, Human Chain, ‘Catena umana’). Ancora nel luglio 2013 in un incontro conviviale una conoscente gli chiedeva come lavorava, e lui senza nessuna spocchia spiegava: «Mah, mi colpisce una cosa piccola, un’immagine, un ricordo, poi ci lavoro…»6. Quando qualcuno parlando in sua presenza chiamava in causa i nomi di Yeats, Joyce ecc., Heaney si schermiva: grande maestro della forma poetica, non pensava nemmeno lontanamente di paragonarsi a quei geni. Eppure i suoi versi hanno spesso quella capacità di comunicare immediatamente che è della grande poesia, oltre a tutte le altre qualità di sapiente costruzione e improvvisazione. Viene in mente una sua poesia, Casualty (vittima), su un conoscente ucciso con cui andava a pescare, che si chiude con una rima indimenticabile su again7. In Station Island, sequenza ispirata a Dante, compie un pellegrinaggio rituale in un tradizionale luogo di devozione irlandese, appunto l’Isola delle ‘Stazioni’, e incontra figure emblematiche della sua vita: un maestro di scuola, il connazionale poeta Patrick Kavanagh, e poi Joyce, che gli dice più o meno quel che Virgilio dice a Dante: di te stesso ormai ti fida, vai per la tua strada, osa. Hai tanto faticato per il tuo apprendistato, ora tocca a te, fa’, inventa, lavora, vivi. Infatti anche dopo il Nobel Heaney colpiva per la semplicità con cui nella poesia ha continuato a ripercorrere le sue storie umili di collegiale, o a tracciare un ricordo dei genitori. Invece di diventare più ambizioso ed elevato, è divenuto più franco, diretto, esposto in prima persona. Aveva presto scoperto che solo parlando di ciò che davvero conosceva e sentiva poteva parlare a tutti. Già in una delle prime poesie ricordava il momento in cui dal collegio tornò a casa perché un fratellino era morto investito da un’auto, e le sue impressioni di ragazzo salutato dagli adulti che erano «sorry for your trouble» – dispiaciuti per la tua pena. Parole di convenienza, ma che altro dire. (Le avranno sentite nel settembre 2013 i suoi familiari affranti, che in lui hanno perduto una persona dalle straordinarie qualità umane). E di riti funebri, data l’esperienza irlandese (ma non solo), Heaney si è trovato spesso a parlare. Ci sono le poesie che gli diedero la fama sulle vittime sacrificali preistoriche restituite dalle torbiere danesi, paragonate alle vittime delle faide religiose e politiche irlandesi. E fra gli incontri emblematici di Station Island c’è quello con un cugino ucciso da una squadraccia unionista, a proposito del quale una poesia precedente aveva evocato l’immagine dei giunchi del Purgatorio che rinascono subitamente, come per purificarne il corpo straziato8. In Station Island l’ombra del cugino lo redarguisce per aver voluto sublimare con una patina letteraria la sua morte atroce e il destino nazionale. Heaney era molto sensibile ai passi falsi, aveva qualcosa di guardingo, dovendo muoversi in un contesto minato. Un cattolico dell’Irlanda del Nord, pubblicato e osannato a Londra… Perciò quando gli fu affidata la cattedra di poesia di Oxford dedicò le sei conferenze rituali a poeti estranei al canone inglese: americani, scozzesi, gallesi, irlandesi… (Le pubblicò col titolo The Redress of Poetry, ‘Il riscatto della poesia’). Questo è un altro modo di riflettere l’esperienza: quella di Heaney è poesia colta e avvertita, che sa e anticipa tutto quello che possono pensare e obiettare i suoi critici, e si problematizza, eppure ha quella forza ulteriore che le permette di andare oltre tutti gli intrichi e le convenienze di cui pure la vita è fatta, con un moto generoso che ci fa toccare con mano la condizione di essere pienamente vivi, e ci restituisce questa verità prima dell’esperienza. C’è una sua poesia di congedo9 in cui il poeta raccomanda al lettore di non dimenticare di trovare qualche ora per mettersi in auto e andare sul promontorio ventoso e fermarsi lì, quando le raffiche di vento arrivano una dopo l’altra e «sorprendono il cuore e lo aprono d’un soffio». È questa una descrizione perfetta dell’effetto-Heaney, che avviene sul momento, come conclusione imprevista di un incontro con delle parole lette o udite. Improvvisamente siamo nudi ed esposti, compresi dello stupore di una vita così ricca di cose da provare, capire e condividere. Note 1 «But the whole sequence is written for the reason that Larkin said he wrote – to preserve experience», e-mail, 29 luglio 2013. 2 È la poesia che apre la raccolta Field Work, 1979. 3 S. Heaney, Clearances: in memoriam M.K.H. 1911-1984, III e V, in The Haw Lantern, 1987; Digging, in Death of a Naturalist, 1966. 4 S. Heaney, Stern, in District and Circle, 2006. 5 In The Spirit Level, 1996. 6 Cfr. quanto Heaney dichiarò a proposito della raccolta Electric Light (2001): «Eventi dell’infanzia e adolescenza e il passato recente vengono a galla nella memoria: momenti luminosi o penosi alla loro epoca ritornano alla luce di una coscienza più distanziata e informata. ‘Coscienza informata?’ Be’, nello scrivere una poesia, di solito è come gettare una lenza partendo dalla circonferenza di tutto ciò che sai verso intuizioni e memorie nello stagno della memoria. Se sei fortunato, senti la vita abboccare all’altro capo della lenza; il fatto ricordato fa partire una catena di reazioni di parole e associazioni, e a quel punto hai bisogno di tutto il sapere e la coscienza acquisiti, la tua memoria culturale e sapere letterario. Ti servono perché vengano in tuo aiuto e proiettino una forma che corrisponda e dia senso alla tua emozione». 7 In Field Work, 1979. 8 S. Heaney, The Strand at Lough Bog, in Field Work. 9Postcript, in The Spirit Level, 1996. Vedi «Poesia» 286 (ottobre 2013), p. 19. ¬ top of page |
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