![]() |
|||||
|
« indietro Catastrofe del verso, catastrofe della lettura. Sulla poesia di Marcel Beyer di Amelia Valtolina Una singolare discordanza caratterizza oggi il dialogo tra la riflessione critico-letteraria e le esperienze della più recente scrittura poetica. Mentre quest’ultima, dialogando con il qui e ora di un’epoca e di una natura minacciate dagli spettri dell’estinzione, s’azzarda in semiosi inedite, sbandendo dal proprio verbo costrutti identitari ed essenzialisti, le riflessioni critiche ispirate da simili versi, lungi dall’esporre la lettura del testo poetico a quell’azzardo, continuano perlopiù a replicare, talvolta anche in maniera originale, una accomodante analisi ermeneutica, completamente svisando la catastrofe in atto in quelle semiosi. Neppure il «surface reading», proposto come eventuale alternativa a ormai inadeguate prassi di decifrazione della poesia, ha invero sa- puto liquidare le tentazioni della lettura ermeneutica, ed è pertanto lecito chiedersi se il suo malcelato recupero del paradigma strutturalista possa tradursi in una postura critica veramente affrancata d’ogni ambizione esegetica.1 D’altro canto, le recenti acquisizioni, nel dibatti- to filosofico, di quei concetti fondamentali della fisica quantistica e della biologia molecolare cui si deve la liquidazione di categorie eminentemente antropocentriche quali ‘mondo’, ‘soggetto’ e ‘mente’, hanno non soltanto congedato una visione della natura e della vita ancora fondamentalmente correlazionalista, come vulgata per esempio all’inizio del Novecento dal pensiero di Alfred N. Whitehead:2 quei concetti fondamentali hanno soprattutto suggerito esperimenti di pensiero intesi a cogliere le qualità vibranti della materia (Jane Bennett), l’estensione della mente al di là delle strette del cervello umano (Emanuele Coccia), l’incessante auto-poiesi agente in qual sia costrutto ‘soggettivo’ (Francisco J. Varela) nonché la diffusa co-estensività nello spazio-tempo di tutto ciò che vive (Timothy Morton).3 Non che simili cognizioni comportino di per sé la possibilità di leggere altrimenti il testo poetico, comunque sempre altrove rispetto a ogni tentativo di interpretazione e sempre abitante nel dissesto d’ogni orizzonte di senso – già nel Novecento Gottfried Benn scriveva, d’altronde, che «chi ama le strofi, ama anche le catastrofi».4 Tuttavia, siffatte cognizioni possono sicuramente ispirare nuovi cammini erranti e vagabondi nel poema, la cui erranza consentirebbe forse di cogliere, nella poesia attuale, l’azzardo delle sue sorprendenti semiosi. Anzi, si potrebbe perfino sostenere che, fra questi nuovi orientamenti filosofici, l’unico veramente in grado di dialogare, per peculiare affini- tà, con il discorso poetico sia l’ontologia mortoniana – non si trascuri che, dopo aver proposto di leggere il testo letterario quale «ambiente» e prima di instaurare, con Iperoggetti, un paradigma di speculazione onto- logica, Morton ha trovato proprio nel confronto con il verbo lirico, in particolare con l’immaginazione poetica in A Defense of Poetry di Percy B. Shelley, suggestio- ni propizie a quella post-derridiana decostruzione del concetto di causalità, snudata come puro fenomeno estetico, e a quell’oltrepassamento della metafora, non meno derridiano nei suoi presupposti, a partire dai quali il pensiero iperoggettuale sarebbe poi giunto a di- mostrare la perfetta coincidenza fra aisthesis e praxis.5 Non che una lettura capace di coniugare l’ontologia mortoniana con l’ecologia della lingua a suo tempo proposta da Einar Haugen non possa giungere a ripensare l’intertestualità tanto praticata dalla scrittura in prosa novecentesca, dischiudendo la qualità «iperoggettuale» di quello stile dell’ibridazione;6 nondimeno, il realismo speculativo mortoniano risulta particolarmen- te fecondo, là dove esso incontra la poesia, grazie anche all’eloquenza pre-teoretica di quest’ultima. Se l’intera, dottissima opera poetica di Marcel Beyer, fin qui prevalentemente interrogata da letture critiche impegnate a mostrarne la densa composizione intertestuale, potrebbe senz’altro entrare in risonanza con alcune intuizioni di Morton, sono tuttavia i versi raccolti in Dämonenräumdienst (2020) a configurare costellazioni di pensiero assai affini a quell’ontologia. Suggerisce questa affinità sia la dirompente estetica della biodiversità che, in questa raccolta poetica, su- bentra all’estetica della natura,7 sia la dichiarata «vi- scosità» e la sorprendente «non località» del presunto io lirico cui è perlopiù consegnata la voce nel verso – «Anscheinend führe ich quer / durch die Zeit gespannt ein / [... ] geheim verleimtes / Leben», si legge nella poesia Was meine Feinde singen.8 Soprattutto, però, è la qualità dichiaratamente «sporca» della scrittura («schmutziger Schrift») e del liber naturæ che, da un poema all’altro nella raccolta si compone, a offrirsi a letture pseudomortoniane, diffratte nello spazio-tempo ovvero consonanti con quella «lettura di torba nera» («Schwarztorflektüre»), a cui s’appresta l’io che scrive e legge nei versi di Farn, la poesia con la quale Dämo- nenräumdienst si apre configurandosi fin da principio come vero e proprio testo-torbiera.9 Non si creda, però, che la poiesi e la riflessione poetologica cui s’accompagna riflettano qui chissà mai quale immaginario della torbiera, ossia di uno spazio ibrido e anfibio, contaminato dalle materie organiche e inorganiche che, al pari dei dèmoni evocati nel titolo della raccolta e ubiqui ai versi, vi si mescolano. È semmai concreto, e perfettamente coincidente con l’ambiente costruito dall’incedere dei versi, lo spazio-torbiera che vi accade, inscrivendo in questo suo accadere la catastrofe permanente di natura, mondo, ipseità, e così liquidando ogni apparente differenza fra loro: Ich lebe dort, wo ich verbreitet bin, in meiner Farnverwandtschaft,
und teils seit langem schon zu Torf geworden, also ein Buch, [...] Ich bin durch Herkünfte gestapft, der Moorboden bebt, das Wasser fiept und zischelt,
da ich Binse und Besenheide unter mir begrabe, dem Hund gleich, der seine Erinnerung ans Wildsein auf der Küchenmatte stellt. Ein
Ritual. Ich schreibe dies mit kalten Händen, schweren Füßen [...]
[...] Wildsein,
Costantemente mescolati, dalla prima all’ultima pagina della raccolta, con materiali disparatissimi, il verso e l’io che vi trova voce attraversano ‘regni della vita’ e ‘mondi storici’ rimanendovi invischiati al di là di qualunque separazione, sicché colui che parla nel poema Tote Farben può essere contemporaneamente, per virtù di paronomasia, lo squalo (Hai) nell’installazione di Damien Hirst e avere la «pelle di brughiera» (Heidelandschaftshaut) dei ritratti di Lucien Freud;11 può raccontare la propria giovinezza di lepre ammiccando a una famosa azione di Joseph Beuys, grazie al prelievo letterale dell’espressione «Hasenzeit», oppure udire, frammisto ai propri pensieri, lo squittìo di Mickey Mou- se o un poema di Samuel T. Coleridge o di Heinrich Heine o di Friedrich Hölderlin, oppure ancora, sopraffatto dalle verdure («Gemüse»), confessare di essere, come indica la radice tedesca di quel sostantivo, a sua volta «mescolato» («Gemüse – auch ich fühle mich gemischt»)12. A consentire l’ininterrotta commistione di materia culturale, storica e naturale non è però un dis- sennato abuso di metafore o di isotopie à la Greimas, che chiedano alla lettura di ricostruirne l’affiorare e la correlazione ermeneutica nel testo poetico – a meno che non si intenda con ‘metafora’ il poderoso dispositivo di contaminazione di cui ha scritto Jacques Derrida, evocato en spectre anche nel saggio mortoniano sulla teoria poetica di Shelley.13 No, la «percezione de- lirante» del sedicente soggetto posseduto dai dèmoni del passato e del presente non si trastulla qui né con metafore né con la potenza d’immedesimazione di una interiorità debordante, e obbedisce invece a un’ ‘iposoggettività’ transumana e interspecie,14 il cui ubi consistam, sottoposto al vacillare della terraferma del sé, coerente con questo testo-torbiera,15 è diffuso nel tempo e nello spazio, vuoi anche a causa di quella sua dichiarata inclinazione all’apofonia16 che lo predispone al permanente rimescolamento con l’alterità. Si potrebbe obiettare che una simile lettura eco- logica e disseminata, che guarda da una prospettiva diffratta le singole sezioni di cui la raccolta è composta, trascuri però di soffermarsi sulla costruzione del testo poetico e sul procedere della poiesi ivi implicato, come pure di ponderare le riflessioni sul rapporto fra natura e storia che vi si dispiegano. Ma come altrimenti leggere un testo-torbiera che, pur nella solida archi- lettura dei suoi versi – quasi tutti i poemi di Dämo- nenräumdienst constano di dieci terzine – , vive di una semiosi spregiatrice di confini, strutture, argini? E ancora: come leggere altrimenti un testo contaminato, in cui le stratificazioni sonore di sedimenti mnestici e culturali e naturali s’accumulano e si confondono senza requie? Ovunque, nella raccolta, c’è ‘torba’: ora grazie alla metonimia del muschio – il sostantivo «Moos» (muschio), nella lingua tedesca, è anche metonimia di «Moor» (torbiera) –;17 ora grazie a una flora di felci che, insieme con ‘percolato’ e ‘ruggine’, riappare nel ciclo conclusivo in compagnia di Historia; ora grazie, più in generale, all’ibridazione di materia organica e inorganica, alla luce della quale il liber naturæ scritto dai versi destituisce di senso ogni costrutto identitario, ivi incluso l’essenzialismo specista sulla cui teleologia si è fondata, nel trascorrere dei secoli, la costruzione del Libro della Natura e della Vita.18 L’io promiscuo che parla nel verso abita un libro in cui non esiste alcuna natura della quale ritrovare significati arcani o da con- templare nella finzione del paesaggio: «fenotipo este- so», posseduto dai dèmoni dell’alterità, sempre preda del proprio ‘omeo-pathos’, come dichiara un verso del poema Schwermut,19 e sempre in balia di una semiosi che non conosce né limiti né gerarchie di valore, questo io è monstrum: creatura letteralmente ex-centrica, eretica rispetto a qual sia metafisica della presenza.20 Fors’anche per questo Dämonenräumdienst esorbita anche da una lettura ecologica dei suoi versi. Giacché, pur consonante con quanto Morton osserva a proposito del dire poetico – «a poem forces us to acknowledge that we coexist with uncanny beings in a groundless yet vivid reality without a beyond» –21, la scatenata semiosi di Dämonenräumdienst sortisce una catastrofe non prevista dall’ontologia iperogget- tuale, neppure là dove essa, negando l’esistenza della Natura per affermare quella esclusiva della Storia, an- cora dialoga con il pensiero di Theodor W. Adorno.22 Che un simile testo-torbiera si concluda con l’epifania della figura di Historia quale aberrante congerie di regni della vita – «eine schwer erfaßbare Gestalt, / ähnlich ei- nem Insekt vielleicht, [...] ein Wesen / der Lichtlosigkeit mit einem / harten / zylindrischen Leib, [...] ein pflan- zenhafter Schatten, / der Klauenabdruck eines mit / der letzten Eisenzeit ausgestorbenen Tier» – ,23 è senz’al- tro coerente con la poiesi del verso che fin qui ha reso possibile la contaminazione inesauribile fra materia culturale, naturale e storica, e altresì coerente con la lettura ambientale suggerita in queste pagine. Eppure l’ennesimo intruglio che si incarna in Historia getta una luce apocalittica sul pensiero che vi si dispiega. Mentre Adorno, ancorché consapevole che allo «sguardo radicale del pensiero storico-naturale [...] tutto l’essente si trasforma in macerie e frammenti» consegnava alla filosofia della storia il compito di trovare un significato in quel «calvario»;24 e mentre Morton, quando pensa la «fine del mondo» come liquidazione del concetto di Natura, concepisce al contempo un nuovo inizio ‘sostenibile’ della Storia,25 l’apocalisse quasi inappariscente nell’epilogo di Dämonenräumdienst non conosce possibilità alcuna di redenzione. Bibliografia Theodor W. Adorno, L’idea della storia naturale (1932), in Id., L’attualità della filosofia. Tesi all’origine del pensiero critico, a cura di Mario Farina, Milano-Udine, Mimesis 2009. Gottfried Benn, Drei alte Männer. Zwei Gespräche, in Sämt- liche Werke. Stuttgarter Ausgabe, hrsg. von Gerhard Schuster, Holger Hof, VII/1 (Szenen und andere Schriften), Stuttgart, Klett- Cotta 2003, pp. 100-29. Jane Bennet, Materia vibrante. Un’ecologia politica delle cose, Figino Serenza, Timeo 2023. Stephen Best, Sharon Marcus, Surface Reading: An Intro- duction, in «Representations» 108, n.1 (2009), pp. 1-21. Marcel Beyer, Dämonenräumdienst, Berlin, Suhrkamp 2020 Emanuele Coccia, Metamorfosi. Siamo un’unica, sola vita, Torino, Einaudi 2022. Jacques Derrida, La disseminazione, a cura di Silvano Petro- sino, Milano, Jaca Book 1989. Jacques Derrida, Che cos’è la poesia?, in Id., Points de su- spension. Entretiens, Paris, Galilée 1992, pp. 303-8. Einhar Haugen, The ecology of language, in Id., The ecology of language, Redwood City, Stanford University Press 1972, pp. 325-39. Colin N. Milburn, Monsters in Eden: Darwin and Derrida, in «Modern Language Notes» 118, n.3 (2003), pp. 603-21.
Note 1 Cfr. Stephen Best, Sharon Marcus, Surface Reading: An In- troduction, in «Representations» 108 n.1 (2009), pp. 1-21. 2 Alfred N. Whitehead, Nature and Life, London, Cambridge University Press 1934. 3 Cfr. Jane Bennet, Materia vibrante. Un’ecologia politica delle cose, Figino Serenza, Timeo 2023; Emanuele Coccia, Me- tamorfosi. Siamo un’unica, sola vita, Torino, Einaudi, 2022; Francisco J. Varela, Organism, Cognitive Science and the Emergence of Selfless Selves, in «Revue européenne des sciences sociales» 29, 89 (1991), pp. 173-98; Timothy Mor- ton, Iperoggetti. Filosofia ed ecologia dopo la fine del mondo, Roma, Nero 2018. 4 «Wer Strophen liebt, der liebt auch Kata-strophen, wer für Statuen ist, muß auch für Trümmer sein», Gottfried Benn, Drei alte Männer. Zwei Gespräche, in Sämtliche Werke. Stuttgar- ter Ausgabe, hrsg. von Gerhard Schuster, Holger Hof, 7/1 (Szenen und andere Schriften), Stuttgart, Klett-Cotta 2003, pp. 100-29, qui p. 128. 5 Cfr. Timothy Morton, An Object-Oriented Defense of Poetry, in «New Literary History» 43 (2012), pp. 205-24, dove si leg- ge: «the best defense of poetry is an object-oriented one», ivi, p. 206. Il saggio di Morton Ecologia come testo, testo come ecologia (Brescia, Krisis s.d), fu pubblicato nella versione ori- ginale inglese nel 2012. A proposito di alcune convergenze fra l’ontologia degli iperoggetti e il pensiero di Jacques Der- rida, si noti che in Ecologia come testo, testo come ecologia Morton lamenta «una sepoltura troppo frettolosa della deco- struzione» (ivi, p. 50). 6 Sul concetto di «ecologia della lingua», si veda Einhar Hau- gen, The ecology of language, in Id., The ecology of langua- ge, Redwood City, Stanford University Press 1972, pp. 325- 39. 7 Cfr., in questo senso, Amelia Valtolina, Per una estetica del- la biodiversità. A proposito della poesia di Marcel Beyer, in «Comparatio», in corso di stampa. 8 Cfr. Marcel Beyer, Was meine Feinde singen, in Dämo- nenräumdienst, Suhrkamp, Berlin 2020, pp.120-1, qui p. 120. «Viscosità» e «non località» sono due caratteristiche proprie degli iperoggetti; cfr. Morton, Iperoggetti, pp. 43-77. 9 Il carattere sporco e ibrido della scrittura è evocato nel poema Schrot (in Beyer, Dämonenräumdienst, pp. 32-3, qui 33). Per la poesia Farn, cfr. ivi, pp. 8-9, qui p. 9. 10 Ivi, pp. 8-9. Sulla liquidazione della differenza fra testo e contesto, cfr. Morton, Ecologia come testo, testo come ecologia, p. 26. 11 La poesia si conclude con un’apodittica dichiarazione di promiscuità multispecie: «Ich bin die Heide. Ich bin der Hai», Marcel Beyer, Modell, in Dämonenräumdienst, pp. 28-9, qui p. 29. 12 Nei versi di Druckstellen, ivi, pp. 40-1, le «Verdure varie (Gemüse)» partecipano del paesaggio sonoro configurato nei versi della raccolta dalla disseminazione della “u”, spesso ricorrente in sostantivi che, da «Mus» a «Mulm», evocano in- truglio e rimescolamento; cfr. inoltre il poema Tote Farben che così esordisce: «In meiner Hasenzeit, habe ich so häufig / mit Joseph Beuys geschlafen», ivi, pp. 72-3. 13 L’oltrepassamento della metafora, che presiede all’ontologia mortoniana, trova la sua premessa teorica nel pensiero di Derrida; cfr. Jacques Derrida, La disseminazione, a cura di Silvano Petrosino, Milano, Jaca Book 1989, dove si legge che la metaforicità «è la logica della contaminazione e la contami- nazione della logica» (ivi, p. 177). 14 «Gli iposoggetti sono multifasici, plurali [...] una sorta di assemblaggio di esseri umani, uccelli, lumache», Timothy Mor- ton, Iposoggetti. Sul diventare umani, Roma, Luiss University Press 2022, p. 15, p. 21. 15 «der Moorboden bebt» si legge, appunto, in Farn, il poema che inaugura il ciclo d’apertura della raccolta (in Beyer, Dämonenräumdienst, p. 8). A proposito delle Everglades, esempio di terreni umidi e paludosi al pari delle torbiere, scri- ve Morton: «Alcuni per abitudine le considerano Natura: in realtà sono un iperoggetto così diffusamente distribuito nel tempo e nello spazio da sconcertare gli umani», Morton, Ipe- roggetti, pp. 81-2. Più in generale, cfr. Franziska Tanneberger, Vera Schroeder, Das Moor. Über eine faszinierende Welt zwischen Wasser und Land – und warum sie für unser Klima so wichtig ist, München, dtv 2023. 16 «du, Ablautwesen» recita l’eloquente apostrofe della poesia Was meine Feinde singen, in Beyer, Dämonenräumdienst, p. 121. 21 Morton, An Object-Oriented Defense of Poetry, p. 222.
25 « Ora inizia la Storia, la fine del sogno tutto umano per cui la realtà ha senso solo per gli uomini», Morton, Iperoggetti, p. 142 26 Jacques Derrida, Che cos’è la poesia?, in Points de suspen- sion. Entretiens, Paris, Galilée 1992, pp. 303-8, qui p. 305. ¬ top of page |
|||||
| Semicerchio, piazza Leopoldo 9, 50134 Firenze - tel./fax +39 055 495398 | |||||