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« indietro «Le poesie più forti». Politica e passione nell’antologia In diesem besseren Land (1966) di Massimo Bonifazio
Volker Braun
Zwei Lyriker, die sich auch als Kritiker betätigen, ha- ben sich zusammengefunden, um die vorliegende Ge- dichtsammlung nach längeren Beratungen zur Diskus- sion zu stellen. Ihr Ziel war es, die stärksten Gedichte aufzufinden, die seit 1945 auf dem jetzigen Territorium der DDR entstanden sind.1
Così Adolf Endler e Karl Mickel aprono la Premessa all’antologia In questo paese migliore. Poesie della Re- pubblica Democratica Tedesca dal 1945, da loro curata nel 1966, individuando in poche righe il loro obiettivo principale: stabilire – in una prospettiva il più possibile dialettica – un canone per la poesia della nemmeno ventenne DDR. Lo fanno da nuovi entranti, tentando di cambiare le regole del gioco nella piuttosto asfittica atmosfera del socialismo reale. Nel contesto degli anni Sessanta, “Diskussion” è un termine delicato, dati gli esigui margini di manovra concessi dalle direttive del Politbüro della SED, il partito unico che regge il paese. In campo artistico, questo è completamente orientato verso la monosemia del realismo socialista, ossia la pretesa «di stabilire programmaticamente cosa un’o- pera d’arte deve esprimere, e come essa deve essere recepita dal suo pubblico»2, ai fini della trasformazione della società in senso marxista-leninista. Agli scrittori viene chiesto di mettersi al servizio della società, ade- guandosi ai ritmi industriali dello sviluppo tecnico ed economico e del progresso sociale. È l’obiettivo del cosiddetto Bitterfelder Weg del 1959, che spinge gli intellettuali a entrare nei luoghi produttivi per supera- re la divisione fra lavoro fisico e lavoro intellettuale; e allo stesso tempo invita gli operai a rappresentare la propria condizione attraverso la produzione lettera- ria; «Greif zur Feder, Kumpel! Die sozialistische Natio- nalkultur braucht dich!» («Afferra la penna, compagno! La cultura nazionale socialista ha bisogno di te!”) ne è l’icastico motto3. Con la costruzione del Muro di Ber- lino, nel 1961, gli intellettuali vengono ulteriormente spinti verso il ruolo di funzionari al servizio della stabi- lizzazione interna; chi si sottrae a questo compito vie- ne sospettato di “orientamenti anarco-individualisti”, di bohème romantica, e di vivere alle spalle della società che lo nutre4. Nei primi anni Sessanta, però, il genere lirico si sco- pre improvvisamente in grado di far traballare questo discorso, suscitando «accesi dibattiti pubblici (e non)»5 con la sua consustanziale e irrinunciabile polisemia. La prima occasione è data da una serata dedicata alla let- tura pubblica di testi poetici inediti, il Lyrikabend dell’11 dicembre 1962, organizzata da Stephan Hermlin, co- munista della prima ora e scrittore dotato di un grande capitale simbolico all’interno della DDR. Questi sele- ziona una novantina di poesie, scelte fra le 1250 arriva- tegli dopo un suo annuncio sul settimanale «Sonntag», e le legge pubblicamente in una Akademie der Künste stracolma6. È un’azione quasi piratesca: la serata si svolge in un inconsueto clima di libertà e apertura, e ha come conseguenza letture simili in altri luoghi, nei mesi successivi. Vi partecipano autori all’epoca più o meno noti al pubblico, come Wolf Biermann e Kurt Bartsch, e un nutrito gruppo di giovani autori che più avanti sarà noto con il nome di “Sächsische Dichterschule”, Scuola poetica sassone, per la provenienza di molti dei suoi membri. Ne fanno parte Rainer e Sarah Kirsch, Bernd Jentzsch, Volker Braun, Heinz Czechowski e Karl Mickel, tutti all’incirca trentenni; sia singolarmen- te che come gruppo – caratterizzato fra l’altro da una inedita attitudine al lavoro artistico collettivo7 –, si costituiranno come saldi punti di riferimento all’interno del campo letterario tedesco-orientale8. Si può dire che la scelta di Hermlin avvenga a partire dai parametri squisitamente artistici del modernismo europeo, pres- soché sconosciuto tanto sotto Hitler quanto ai tempi della DDR, dove viene rifiutato perché troppo poco en- gagée. L’intento di Hermlin è di evitare lo scadimento dei versi a slogan e la miscela incongrua di poesia e ideologia, da lui individuata già negli Quaranta in figure come quella di Johannes R. Becher, poeta tanto vicino al regime – Walter Ulbricht lo definisce «il più grande poeta dei nostri tempi»9 – da diventare addirittura mi- nistro della cultura, con una produzione lirica spesso un po’ piattamente encomiastica, anche se con punte di rilievo, fra le quali metterei le parole dell’inno ufficiale della DDR, Auferstanden aus Ruinen (Risorti dalle ro- vine, 1949), musicato da Hanns Eisler. Hermlin critica in Becher e nei suoi omologhi un certo classicismo da epigoni, concentrato su contenuti per lo più ideologici, tenuti insieme da un linguaggio convenzionale10. Nel 1966 Mickel ed Endler pubblicano la loro anto- logia, che si colloca in un orizzonte anche politico. In questo paese migliore. Poesie della Repubblica De- mocratica Tedesca dal 1945: il titolo disegna già uno spazio preciso che, anziché eludere il doloroso tema della divisione della Germania, ne fa un saldo punto di partenza. Al di là della retorica dei «vincitori della sto- ria», gli intellettuali tedesco-orientali hanno sentito fino a quel momento una sorta di complesso di inferiorità culturale nei confronti dell’Ovest; la produzione poeti- ca del ventennio precedente viene invece qui consi- derata in grado di delineare una nuova, solida identità, sulla strada per far diventare la DDR una «gebildete Nation»11, una «nazione acculturata». In questo modo la lirica acquista scientemente il ruolo, piuttosto ine- dito, di «genere operativo»12, utile anche a mantenere in movimento il mondo letterario orientale, quasi pa- ralizzato dal Kahlschlag-Plenum del 1965, il congres- so della SED che fa da culmine alla campagna contro tutte le «tentazioni occidentali e moderniste»13, durante il quale vari scrittori vengono pubblicamente accusati di scetticismo, nichilismo, anarchismo, liberalismo e pornografia. La Premessa all’antologia, cui si accennava all’ini- zio, è funzionale a questa manovra14. Mickel ed Endler affermano di aver voluto raccogliere le poesie «più riuscite» e «più forti» della produzione DDR, tramite un processo dialettico che ha messo insieme le loro – a tratti anche assai differenti – posizioni artistiche e politiche. La loro scelta cade su 2 autrici (Inge Müller e Sarah Kirsch) e 34 autori. Fra questi ci sono nomi ‘obbligati’, centrali nel canone ufficiale socialista, come appunto Becher, Bertolt Brecht, Luis Fürnberg, Georg Maurer, Stephan Hermlin15; molto interessante il caso di Brecht, del quale vengono presentati testi non scontati, più o meno velatamente critici verso la realtà del- la Germania socialista, come Der Radwechsel, Böser Morgen, Gewohnheiten, noch immer e Kinderhymne16. Ci sono diverse poesie di due grandi defilati come Jo- hannes Bobrowski e Peter Huchel; vi sono poi Heiner Müller, Hanns Cibulka, Franz Fühmann, Günter Kunert, Volker Braun; e il gruppo di giovani del Lyrikabend, con lo stesso Endler.
I due curatori sono uniti dall’idea che la loro raccol- ta, nella sua rappresentatività, sia in grado di «stabilire delle norme» e di fornire legittimazione al mondo cultu- rale DDR in quanto spazio autonomo. Nello stesso tempo viene esplicitata la volontà di «ri- svegliare nuove domande» e la speranza di suscitare «accese discussioni» in merito alla poesia, che sap- piano andare al di là delle mere questioni di gusto. Gli editori affermano di aver suddiviso le circa 160 poesie in sezioni – Presentazione, Viaggi, Treno del mattino, Incendi e Coscienza – solo dopo averle scelte una per una, sulla base dei complessi tematici che emer- gevano dal confronto fra di esse. Non un manuale di poesia DDR, dunque: «aber es lassen sich natürlich Rückschlüsse ziehen auf einige ästhetische Beson- derheiten der hierzulande gepflegten Dichtkunst»17. Da un lato, appunto, viene rimarcata l’originalità, l’auto- nomia e il prestigio della lirica DDR; dall’altro – proprio all’interno di questa stessa originalità – si mettono in evidenza le differenze politiche con l’altra Germania. Il titolo «In questo paese migliore» costituisce già di per sé una presa di posizione, meno aggressiva e trionfa- lista di quanto possa sembrare a un primo sguardo: nella poesia Brief di Heinz Czechowski da cui il titolo è tratto18 (della quale si ha un saggio in apertura) si coglie infatti il desiderio dell’io lirico di distinguersi dall’Ovest con le sue banche, le sue ipocrisie e «l’odore di mar- cio degli stendardi bruciati», evidente richiamo a una denazificazione mai del tutto avvenuta; ma allo stesso tempo esso si confronta con il proprio presente, senza scansarne le contraddizioni e i dubbi, e con pacata decisione punta al collettivo, alla solidarietà fra coloro che vogliono «cambiare sé stessi», e insieme il mondo. Molto interessante, nella Premessa, è la excusa- tio che riguarda la difficoltà di lettura di alcune poesie dell’antologia. Anticipando le prevedibili critiche da parte dell’establishment letterario DDR, che alle poesie chiede un tono popolare piattamente comprensibile, i curatori invitano chi legge a non lasciarsi spaventare, tentando piuttosto un approccio personale di elaborazione, che sappia mettere insieme, per via associativa, la realtà storica materiale e quella artistica. È un evi- dente invito all’allargamento degli orizzonti, una dichia- razione di fiducia nel pubblico, e insieme nelle capacità dell’arte. Un modo per mitigare queste difficoltà di compren- sione viene individuato nel giustapporre alcune poesie, funzionale all’intento esplicito di metterle in dialogo, magari anche «fertilmente polemico». Piuttosto signi- ficativo è ad esempio il caso di Das weiße Wunder (Il miracolo bianco) del già citato Johannes R. Becher e Die Wolken sind Weiß. Weiß ist (Le nubi sono bianche. Bianco è) di Günter Kunert19. Da una parte una lunga, enfatica e in qualche modo ingenua celebrazione del- la bellezza del bianco nel mondo umano e naturale, declinata da Becher con largo uso di artifici retorici, fra i quali la rima e la metrica; dall’altra le laconiche constatazioni della poesia di Kunert, che mette in cor- to circuito la promessa di pace del bianco che emana da alcuni elementi quotidiani – le nubi, il latte, il bucato – e la brutalità della battaglia imminente, ipostasi della violenza per lui intimamente connessa con la natura umana. Anche quest’ultimo aspetto emerge con forza dal- la scelta delle poesie. Kunert è in buona compagnia; come lui anche Hermlin, Erich Arendt e Peter Huchel – ad esempio con la splendida An taube Ohren der Geschlechter20, per la prima volta accessibile al pubbli- co DDR – si fanno portavoce di una concezione pes- simista della storia, che non indulge a facili trionfalismi e guarda dritto alle vicine tragedie del nazismo, della guerra e della Shoah. Direttamente collegato all’antologia è il cosiddetto Forum-Lyrikdebatte, tuttora la «più importante polemi- ca estetica e sociale che sia stata condotta nell’ambito della lirica della DDR»21. Nello stesso 1966, la rivista «Forum», organo della Freie Deutsche Jugend, l’orga- nizzazione che inquadrava i giovani della DDR, propo- ne ad alcuni poeti – Czechowski, Mickel, Endler, Cibul- ka e Kunert; in seguito Volker Braun, Sarah Kirsch e altri – un questionario legato ai temi di una conferenza della SED in merito alle “influenze reciproche fra rivo- luzione tecnica e rivoluzione culturale”22, ispirandosi esplicitamente a In diesem besseren Land. Ne nasce un dibattito serrato, che mette in luce molte delle aspi- razioni che abbiamo fin qui delineato: gli autori (in particolare il gruppo della Scuola Sassone) non intendono infatti rinunciare a prendere la parola all’interno di un processo di trasformazione della società in senso so- cialista, rifiutando però le pastoie e le rigidità ideologi- che correnti. Significativa, in questo senso, è l’ironica poesia Selbstverpflichtung23 (Impegno in prima perso- na) di Volker Braun, pendant alla più famosa Anspruch (Istanza), che si apre con un verso diventato presto famoso, «Kommt uns nicht mit fertigem. Wir brauchen Halbfabrikate», ossia «Non veniteci con le cose pronte. Abbiamo bisogno di semilavorati», un inno all’esperi- mento contro la “rigida routine” e contro le “ricette” che spengono i desideri24.
Fra le varie tematiche discusse non solo sulle pagine di «Forum», ma anche di altre riviste, come «Wo- chenpost», «Neue Deutsche Literatur» e «Sonntag», si distingue l’attenzione rivolta alla poesia Der See25 (Il lago) di Karl Mickel, oggetto di molteplici interpretazio- ni sia positive che negative26. La poesia è un eviden- te controcanto satirico alla monosemia che rimanda, anche a livello formale, alla frammentarietà dell’espe- rienza e della lingua, non riconducibile ad armonie di sorta – nemmeno a quelle promesse dall’ideologia. Vi sono in questo senso segnali di impazienza per l’«arcipigrizia» del sistema, chiara allusione a ciò che Braun quasi vent’anni dopo avrebbe chiamato «das gebremste Leben»27, la «vita frenata» del socialismo reale. L’io del testo esplora un curioso lago-cranio, inquinato e respingente, per poi farlo proprio con un gesto pantagruelico, da Baal brechtiano: bevendoselo e poi evacuando l’acqua per le vie consuete, in un disturbante movimento scatologico, per il quale quel fiume è la stessa poesia che stiamo leggendo; vale a dire ciò che resta dopo aver digerito il mondo. L’accumulo delle immagini spiazza il lettore, lo costringe a riflettere sul legame fra il corpo e la Storia, sulla ripetizione co- atta dei gesti (Tamerlano e la sua violenza), sulla natura – «insaziabile circolo / di cadaveri e uova» – che l’es- sere umano trasforma con la sua azione, venendo a sua volta trasformato, in un richiamo tanto eccentrico quanto produttivo alla riflessione marxiana28. Il dibattito cessa poi – «in maniera piuttosto apodittica»29, secondo le parole di Heinz Czechowski – con un intervento di Hans Koch, critico iperallineato alle posizioni del regime, che considera la poesia di Mickel un affronto alla visione socialista del mondo. Ma la tensione verso l’utopia non cessa di parlare da queste liriche. Note 1.In diesem besseren Land. Gedichte der Deutschen Demokra- tischen Republik seit 1945, ausgewählt, zusammengestellt und mit einem Vorwort versehen von Adolf Endler und Karl Mickel, Halle, Mitteldeutscher Verlag 1966, pp. 5-9, qui p. 5 («Due poeti, attivi anche come critici, hanno lavorato insieme per portare, dopo lunghi dibattiti, questa raccolta di poesie alla discussione. Il loro scopo era individuare le poesie più forti nate dal 1945 a oggi nell’attuale territorio della DDR»). Le poesie in apertura sono alle pagine 283-6, 330, 151 e 143. Dove non diversamente specificato, le traduzioni sono a cura di chi scrive. 2 Peter von Zima, Der Mythos der Monosemie. Parteilichkeit und künstlerischer Standpunkt, in Hans-Jürgen Schmitt, Einführung in Theorie, Geschichte und Funktion der DDR- Literatur, Stuttgart, Metzler 1975, pp. 77-108, qui p. 89. 3 Cit. in Fabrizio Cambi, 1945-1968: Il contributo della lettera- tura al progetto socialista, in L’invenzione del futuro. Breve storia letteraria della DDR, a cura di Michele Sisto, Milano, Scheiwiller 2009, pp. 25-125, qui p. 41. 4 Gerrit-Jan Berendse, Spiele der Revolte: Karl Mickel und die konspirative Poetik der sächsischen Dichterschule, in «Neo- philologus» 91 (2007), pp. 281-298, qui p. 283. 5 Wolfgang Emmerich, Kleine Literaturgeschichte der DDR, erweiterte Neuausgabe, Leipzig, Kiepenheuer 1996, p. 224. 6 Un elenco in Alan G. Ng, The Lyrikabend of 11 december 1962. GDR Poetry’s “Geburtstunde” as Historiographic Ar- tifact, Dissertation, University of Wisconsin-Madison, 2002, pp. 185-91. 7 Cfr. Emmerich, Kleine Literaturgeschichte der DDR, cit., p. 225. 8 Cfr. Gerrit-Jan Berendse, Sächsische Dichterschule, in Metzler Lexikon der DDR-Literatur. Autoren, Institutionen, Debatten, hrsg. von Michael Opitz und Michael Hofmann, Stuttgart, Weimar, Metzler 2009, pp. 287-289. 9 Walter Ulbricht, Dem Dichter des neuen Deutschlands, Berlin 1959, p. 5, cit. in Dieter Schlenstedt, Doktrin und Dichtung in Widerstreit. Expressionismus im Literaturkanon der DDR, in Birgit Dahlke, Martina Langermann, Thomas Taterka (Hrsg.), LiteraturGesellschaft DDR. Kanonkämpfe und ihre Geschichte(n), Stuttgart, Metzler 2000, pp. 33-103, qui p. 76 10 Cfr. Ursula Heukenkamp, Staat und Lyrik. Die DDR-Lyrikde- batten der 1960er Jahre, in «Text+Kritik» 173 (2007) (Be- nutzte Lyrik), pp. 81-90, p. 82. 11 In diesem besseren Land, cit., p. 7. Le citazioni senza riman- do di nota che seguono sono tratte da qui. 12 Birgit Dahlke, Forum-Lyrikdebatte 1966, in Metzler Lexikon der DDR-Literatur, cit., pp. 96-7, qui p. 96. 13 Emmerich, Kleine Literaturgeschichte der DDR, cit., p. 181. 14 Le citazioni senza rimando di nota che seguono sono tratte dalla Vorbemerkung del volume, che occupa le pagine 5-9. 15 Su pressione della Hauptverwaltung Verlage und Buchwe- sen, l’Amministrazione centrale per l’editoria della DDR, viene imposta la presenza di poesie di Erich Weinert. Cfr. Kristin Schulz, In diesem besseren Land. Gedichte der Deutschen Demokratischen Republik seit 1945, in Metzler Lexikon der DDR-Literatur, cit., pp. 134-5. 16 In diesem besseren Land, cit., pp. 94, 134, 173 e 292; trad. it. di Paola Barbon, in Bertolt Brecht, Poesie II (1934-1956), a cura di Luigi Forte, Torino, Einaudi 2005: Il cambio della ruota, p. 631; Abitudini, sempre quelle, p. 619; Brutta mattinata, p. 635; Inno dei bambini, p. 611. Per la carica polemica verso la DDR dei primi tre testi cfr. p.e. Giuseppe Dolei, Brecht liri- co dell’esilio, «Belfagor», LXIII (2008), pp. 373-404; il quarto viene concepito da Brecht come inno nazionale alternativo al citato "Auferstanden aus Ruinen" di Becher. 17 «Ma si possono ovviamente trarre delle deduzioni circa al- cune particolarità estetiche dell’arte poetica in uso in questo paese». 18 In diesem besseren Land, cit., pp. 283-6. Huchel, Strade strade, Milano, Mondadori 1970, pp. 160-3. 21 Harald Hartung, Die ästherische und soziale Kritik der Lyrik, in Hansers Sozialgeschichte der deutschen Literatur. Band 11: Die Literatur der DDR, hrsg. von Hans-Jürgen Schmitt, Hanser, DTV, München 1983, pp. 261-303, qui p. 279. 27 Cfr. Volker Braun, Langsamer knirschender Morgen, Halle, Mitteldeutscher Verlag 1987, p. 42-3. 28 Cfr. Hartung, cit., p. 281-2. 29 Cit. ivi, p. 280.
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