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« indietro In Zanzotto e le lingue altre, Semicerchio LXVIII, pp. 138-139.
Avevo già presentato Sergej Birjukov ai lettori di “Semicerchio” in una serie di recensioni dal titolo Poeti russi degli anni Novanta. S. Černobrova, E. Rejn e S. Birjukov [Semicerchio, XVIII (1998/1), pp. 63–65]. Adesso, grazie alle traduzioni di Marilena Rea la produzione poetica del poeta giunge direttamente al lettore italiano. Sergej Birjukov, nato nella regione di Tambov nel 1950, critico letterario, culturologo, docente presso l’università di Halle, è poeta del tutto particolare e la sua opera può essere ricollegata al movimento della neoavanguardia tardo- e post-sovietica. Come è noto, la grande stagione dell’avanguardia russa, iniziata già prima del primo conflitto mondiale grazie al futurismo russo nelle sue molteplici diramazioni e prolungatasi in epoca sovietica grazie al LEF e ai poeti costruttivisti, con la morte di Majakovskij e l’affermazione del canone del realismo socialista si andò spegnendo malgrado la tragica resistenza dell’ultimo manipolo di poeti dell’OBERIU (Charms, e Vvedenskij, in primo luogo). Eppure, alla maniera di un minuscolo torrente carsico questa esperienza, segnata da uno specifico approccio alla parola poetica e alla dimensione sincretica e performativa dell’espressione artistica, fu coltivata e tramandata da pochi e coraggiosi autori che ne traghettarono i principi e le aspirazioni alle generazioni successive, specie dopo la fine dell’epoca staliniana. Tra di essi, è doveroso ricordare un budetljanin genuino come Aleksej Kručenych, cui si collegarono molti giovani poeti e intellettuali, tra i quali, ad esempio, Nikolaj Chardžiev, massimo studioso del futurismo russo, che scrisse versi sotto lo pseudonimo di “Feofan Buka”. Un nuovo interesse per il futurismo e per l’opera di Chlebnikov e Majakovskij è riscontrabile nell’opera dei giovani poeti del gruppo di Lianozovo che in molti tratti della loro poetica concreta e alogica riprendono la lezione del futurismo e degli oberjuty. Tra questi, in primo luogo, spicca il nome di Genrich Sapgir e, insieme a lui, di Vsevolod Nekrasov, uno dei leader del movimento d’arte della Seconda ondata dell’avanguardia russa e del concettualismo moscovita, nonché del poeta delle baracche Ivan Cholin (di questi poeti avevo già scritto su “Semicerchio” molti anni addietro: XII [1995] 1, pp. 81–84). A questa tendenza può essere ricondotta anche l’esperienza poetica del solitario Gennadij Ajgi, poeta di origine ciuvascia, che fu apprezzato proprio da Kručenych e Chardžiev. Successivamente si andò registrando un sempre più ampio interesse per il retaggio dell’avanguardia con la pubblicazione di opere e autori anche minori di quella tradizione (penso ad Aleksandr Tufanov e ancora all’importante contributo di Il’ja Zdanevič, tra futurismo e dadaismo). Da un lato, la casa editrice “Gileja” di Sergej Kudrjavcev offri già in epoca post-sovietica testi dell’avanguardia e della neoavanguardia, dall’altro, in occidente si assisté ad una ricca messe di pubblicazioni, tra le quali spiccano, ad esempio, quelle offerte da Michail Evzlin (editore e studioso citato da Birjukov in una delle poesie qui antologizzate) con la sua casa editrice “Hebreo Errante” di Madrid, ma attivo anche in Italia. Pionieristica in questa ottica fu l’esperienza di Marzio Marzaduri con le sue pubblicazioni e il sostegno fornito a un altro rappresentante della neoavanguardia, Sergej Sigov (Sigej), che insieme alla moglie Ry Nikonova (Anna Taršis) aveva dato vita ad una vivacissima rivista manoscritta di orientamento futurista, “Transponans” (1979-1987). Sergej Birjukov, che alla grande stagione della sperimentazione poetica ha dedicato anche una monografia (La poesia dell’avanguardia russa, 2002), nonché un’ampia antologia incentrata sui procedimenti letterari dell’avanguardia (Zeugma, 1994), si rifà a tutto questo complesso e articolato retaggio poetico per elaborare poi una propria esperienza poetica originale e solitaria di poeta neoavanguardista. I suoi testi poetici riprendono i dettami della cosiddetta zaum’ futurista (il linguaggio transmentale), lo specifico interesse per gli aspetti tonico performativi, la sonorità del verso, l’allitterazione, i palindromi (qui gareggiando con un altro poeta contemporaneo, Julij Gugolev [su di lui si veda la mia nota su “Semicerchio”, XXIII, 2000/2, pp. 54–56]), e per la sua dimensione visivo-figurativa. La poesia di Birjukov non è tanto un fenomeno circoscrivibile alla trasmissione scritta, cartacea, quanto una forma d’arte che si fonda sulla specificità dell’esecuzione del testo poetico, esempi della quale abbondano sul web e che il poeta tende a evidenziare nelle sue letture di versi propri e di composizioni dei maestri del cubofuturismo, Chlebnikov in primo luogo. L’edizione italiana qui recensita si basa sulla raccolta Barbaričeskie stichi [Versi barbarici, 2018], il cui titolo stesso è un barbarismo, in quanto nel russo letterario ‘barbaro’ si dice “varvarskij”. Il titolo della raccolta è quello di una delle poesie centrali dell’edizione russa e già nella titolazione evidenzia il collegamento della poetica della neoavanguardia con l’universo della comunicazione digitale. Pur nel silenzio della pagina scritta, estrapolati dalla loro dimensione fonica e musicale (Birjukov recita i propri versi riprendendo anche lo stile salmodiato della tradizione folclorica russa), i testi qui recensiti colpiscono per la complessità dei rimandi intertestuali, delle citazioni, dei contrasti tra musicalità di alcune intonazioni e improvvisi luoghi comuni, registri del parlato, volgarismi. Questa circostanza mette a dura prova l’opera della traduttrice con risultati che forse bisognerebbe valutare in una loro dimensione performativa, ma che nel complesso risultano convincenti, anche se non mancano alcuni curiosi misunderstanding. Senza entrare nei dettagli forse in alcuni casi sarebbe stato necessario essere più coraggiosi nel rilevare i sottintesi e le celate reminiscenze. Posso solo annotare come il passaggio della lirica In occasione della visita a Nižnij Novgorod: нижний нижний / а ведь был горький, reso con nižnij nižnij / zitto zitto…, faccia riferimento al fatto che si sta parlando della Novgorod “inferiore” in opposizione a Novgorod Velikij [Novgorod la Grande], primo centro della Rus’ antica, e che Nižnij Novgorod in epoca sovietica era stata ribattezzata Gor’kij, perché patria del grande scrittore Maksim Gor’kij [Massimo l’Amaro], e dunque il verso di Birjukov suona così: Sta in basso in basso / non a caso era amara… Più sotto il neologismo “volgookij”, reso da Rea con “fluviale”, fa riferimento al fatto che a Nižnij Novgorod l’Oka si getta nel Volga. Si tratta certamente di dettagli che evidentemente potrebbero essere rilevati soltanto in specifiche note al testo. A mio parere tale circostanza non inficia il lavoro della traduttrice nel suo complesso. Magari disturba l’evidente refuso nell’introduzione (pag. 8), dove il titolo del celebre poema di Blok Gli Sciti è riportato come “Gli Sciiti”. (Stefano Garzonio) ¬ top of page |
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