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« indietro In Zanzotto e le lingue altre, Semicerchio LXVIII, pp. 122-124.
‘Peasant poet’ o ‘Green Man’: così era spesso designato il poeta romantico John Clare dai suoi contemporanei, sia per i temi e le ambientazioni rurali dei suoi componimenti, sia per le sue umili origini contadine, le quali, pur non consentendogli di ricevere un’istruzione scolastica regolare, non ostruirono la sua carriera letteraria. Infatti è da esse, dall’humus della sua terra e dal suo sentirsi parte integrante della stessa, che Clare perlopiù deriva la sua ispirazione creativa. Nato nel villaggio di Helpston nel 1793, figlio di una casalinga e un trebbiatore, sin da adolescente egli assapora, materialmente oltre che figurativamente, la terra, prestando supporto al padre nel lavoro rurale. A tale dimensione esperienziale e sensoriale, già da ragazzo, egli unisce una vorace curiosità intellettuale, un avido interesse per la lettura, appresa da autodidatta, finché scopre i versi di The Seasons del poeta scozzese James Thomson, che accendono la scintilla della sua vocazione poetica. Purtroppo al successo della prima raccolta di poesie seguirà una serie di delusioni professionali e personali, le quali, unitamente a vari lutti familiari, alla fine degli anni Trenta, andranno ad acuire quei turbamenti psichici manifestatesi già da tempo, stati depressivi e allucinatori che condurranno al ricovero prima in una casa di cura a Epping Forest e poi, dal 1841, nel manicomio di Northampton, dove morirà nel 1864 scrivendo versi sino alla fine. La selezione dei componimenti a cura di Ciafrè onora questa indefessa dedizione del poeta e, pur nella ricorrenza di leitmotiv e temi cari alla sua opera omnia, in un certo senso ne mostra un percorso, non lineare ma comunque tracciabile: dalle prime raccolte, in cui la jouissance dell’esperienza (nel senso fenomenologico inteso dal filosofo Maurice Merleau-Ponty) a contatto con il mondo vegetale e animale si traduce in un linguaggio poetico concreto, quasi imagista nel reificare sensazioni ed emozioni, alle raccolte della maturità, dove la visione si fa più enigmatica, la corrispondenza tra soggetto e oggetto più dissonante, «la pressione dell’umano […] più marcata» e la voce del poeta «vaticinante e simbolica come in Blake». Scrittura poetica eterogenea, quella di Clare, le cui fluttuazioni tonali, idiosincrasie stilistiche, espressioni idiomatiche, forme sintattiche solo apparentemente elementari, in realtà foriere dei più audaci esperimenti modernisti, rendono non certo facile il compito del traduttore. Ben vengano, quindi, le note ai testi compilate da Ciafrè, un utile apparato paratestuale che sapientemente evidenzia la complessità e oscurità di certi versi, oltre che fornire importanti elementi di contestualizzazione. Il volume, inoltre, si chiude con una erudita Postfazione di Diego Saglia, che dimostra come la poesia di Clare susciti e in parte risponda a tutti «gli interrogativi della scrittura green», tanto che dopo un lungo silenzio, perlomeno in ambito anglosassone, essa è tornata al centro dei dibattiti critici, soprattutto quando risuona con le attuali riflessioni riguardanti la sostenibilità ambientale e le derive antropoceniche. In effetti, come non considerare ecologista ante-litteram l’immagine dell’«olmo caduto» nell’omonima poesia, nella quale le recinzioni che chiudono i campi, le cosiddette enclosures, sono descritte come una rovina, in quanto «la brughiera ch’era di tutti passò ai predatori», «impostori che sbraitano per leggi di favore / […] Divorando ai deboli la primogenitura della libertà»? Altrettanto ecologista e, al contempo, espressione di denuncia sociale è «la vista del vomere brutale / che sradica e sottrae la Foresta alla povera gente» nella poesia Londra contro Epping Forest. In poesie come queste, Clare è precursore del concetto di ‘(in)giustizia ambientale’ cruciale nel discorso ecocritico, mentre in altre sembra di avvertire un’eco di ciò che circa centocinquanta anni dopo il filosofo norvegese Arne Næss definì ‘ecologia profonda’, riconoscendo alla natura non-umana una agency propria, indipendente dall’azione e dal controllo dell’umanità. «Regna il vuoto oblio e la terra è sublime», scrive Clare nella poesia Oscurità, capovolgendo il sublime di stampo kantiano per sottrarlo alla ragione umana e assegnarlo al pianeta, il cui tempo cosmico profondo contrasta con la transitorietà dell’esistenza del singolo. Nonostante simili conflittualità, nei versi di Clare il rapporto tra umano e non-umano (o più che umano) è spesso regolato da un senso di comunione e processi relazionali che creano, per usare un’altra espressione ricorrente negli studi ecocritici, un assemblage antigerarchico, per cui figure umane, animali e vegetali sono messe sullo stesso piano e la natura non è mai antropomorfizzata o estetizzata, ma possiede una voce, o meglio, un canto proprio di cui il linguaggio poetico è semplice mediatore. Così, in Swordy Well, il poeta si fa portavoce della «maestria della natura» ed è «in grado d’imitare sia il ragno e sia l’ape / Sfoggiando poteri che beffano la saggezza più fiera». E ancora in Formiche riconosce l’esistenza nel regno non-umano di un «governo di pensieri», di «un linguaggio di sussurri, / troppo fine per il nostro udito». Contravvenendo il logocentrismo del pensiero illuminista occidentale e il dualismo cartesiano tra mente e corpo, Clare segue le orme di Friedrich Schelling, che concepiva la Natura come una ‘mente visibile’, o di Friedrich Schlegel, per il quale la creazione poetica non è altro che una propaggine della poesia della natura. Quest’ultima si racconta da sé nei versi di Clare, la parola diventa ‘cosa’, il linguaggio è biosemiotico, si annulla la distanza tra soggetto descrivente e oggetto descritto, «manca», come sostiene il curatore, «la distanza critica tra descrizione e natura». Abbattendo i confini gerarchici tra le specie viventi, Clare crea alleanze tra il mondo organico e inorganico, invitando a considerare il pianeta Terra come un ecosistema olistico nel quale il materiale forma un tutt’uno con lo spirituale e l’uso strumentale del non-umano da parte degli individui è sostituito da un rapporto basato sulla kinship, un ‘contratto naturale’, secondo l’accezione del filosofo Michel Serres, anti-antropocentrico e critico del razionalismo occidentale. Detronizzando l’umano, i suoi codici culturali e linguistici, il poeta riesce a vedere il nido «mistico» del beccaccino e il nido «segreto» e «intimo» dell’usignolo tra le manifestazioni più alte della cura, affettività e intimità di cui la natura cosmica è capace. In egual misura, riesce a resistere all’inclinazione egotistica dell’io lirico per far sì che l’altro da sé – le mosche che «lungo il vetro della finestra scaldato dal sole / come sonnambule che avanzano nel sonno», le farfalle che «liete come bambine escono per salutare il sole», il profumo «sensuale […] dei fagioli in fiore / che sul sentiero in ricco disordine s’inclinano» – comunichi con il lettore attraverso quelle che Clare stesso definì sweet associations, «osservazioni non invasive» le quali, come sottolinea Ciafrè, non estetizzano ma «lasciano le ‘cose’ nel loro ambiente». Non vi è, quindi, alcun intento antropomorfizzante nell’appellare l’olmo caduto dell’omonima poesia «Amico non inanimato», né nell’attribuire ad esso un linguaggio che, prima del suo abbattimento, «muoveva i cuori / Più profondo dei sentimenti vestiti di parole» e che ora comunica «ciò che ogni lingua conosce / Le parole della pietà e la violenza del torto». Piante, animali, fili d’erba, stagni, bambini, contadini, amanti, fenomeni atmosferici, il silenzio, la vita, la morte… : ogni cosa esistente è per Clare fonte di meraviglia, dunque degna di essere raccontata, o meglio, di raccontarsi. La sua poesia è un atto d’amore ed empatia verso tutto ciò che esiste o è attorno a noi, tutto comunemente travolto nell’ineluttabile ciclo di vita e morte, degenerazione e rinascita dell’intero ecosistema. Scelta del tutto appropriata è, dunque, quella del curatore e traduttore di chiudere la raccolta con la poesia intitolata Eternità della natura, che celebra il riprodursi incessante di questa protagonista assoluta della poesia clariana, il suo linguaggio intellegibile ai pochi che ne apprezzano il silenzio, le mutazioni, il declino foriero di nuove nascite: «Tutto in natura è sentimento – boschi campi rivi / Sono vita eterna – e in silenzio / Parlano di felicità inaccessibili ai libri / In essi non c’è nulla di mortale – il loro declino / È la vita verde della mutazione per sparire / E tornare in rinvigorite fioriture.» Questo volume edito da Medusa offre un rilevante contributo al riposizionamento di Clare negli studi romantici in Italia, sulla scia di quanto è già stato fatto in ambito anglofono (si pensi alla monografia di Simon Kövesi pubblicata nel 2017) e dell’ammirazione per il ‘Green Man’ espressa da grandi poeti come Dylan Thomas, John Ashbery e Seamus Heaney. La profonda modernità di Clare non si può più ignorare. Le sue vibranti parole qui raccolte, che grazie alle traduzioni con testo a fronte possiamo ascoltare due volte, attraversano confini temporali e spaziali, ci immergono in quelle che egli stesso chiama «le meraviglie del grande piano della natura», meraviglie che solo un rapporto ecocentrico, di reciprocità tra umano e non umano, può preservare. (Gioia Angeletti) (Università di Parma) ¬ top of page |
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