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In Zanzotto e le lingue altre, Semicerchio LXVIII, pp. 121-122.

 

 

 

 

EAVAN BOLAND,

 

Le storiche, trad. dall’inglese di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti, Firenze, Le Lettere 2021 (2020), pp. 124.

 


«Se solo potessimo evocarle / o vederle».

Nata a Dublino nel 1944 da un diplomatico e una pittrice espressionista, la poetessa irlandese Eavan Boland ha lasciato un vuoto incolmabile con la sua morte, avvenuta dopo una rapida malattia nel 2020. La raccolta The Historians è stata pubblicata postuma, sia in Gran Bretagna e Irlanda che negli Stati Uniti. La raffinata traduzione italiana a cura di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti permette al nostro pubblico di apprezzare i versi di questa scrittrice straordinaria, della quale il Presidente irlandese Michael D. Higgins ha elogiato la capacità di svelare «un’Irlanda nascosta, in termini di ciò che è stato sofferto, trascurato, eluso, a cui non è stato dato sufficientemente credito», come si legge nell’Introduzione al volume.

In primis, Boland credeva che fossero le donne irlandesi a esser state trascurate, dimenticate, e a non aver potuto far sentire le proprie voci in un contesto culturale ancora di appannaggio maschile. Riprendendo alcuni degli elementi che hanno caratterizzato la sua scrittura nel corso di una carriera sessantennale, Boland raggiunge in queste liriche postume una pienezza del sentire traboccante, che si esprime tuttavia con estrema chiarezza sintattica e un linguaggio essenziale. La lirica che apre la raccolta, «La doratrice di fuoco», riporta alla memoria della poetessa il ricordo della madre, che le aveva spiegato come gli artigiani fondano l’oro col mercurio per ottenere la doratura. Tale procedimento è paragonato da Boland a come ella stessa abbia «iniziato a scrivere, / bruciando la luce, / costruendo calore finché d’un tratto / io ero la doratrice del fuoco». Di immagini femminili «bruciate nella luce» sono intrise le sue pagine, pur restando queste velate da un alone di mistero, perché l’immaginazione e i ricordi sono considerati fonti inaffidabili.

«Anonima» fa riferimento a una zia della poetessa, che trasmetteva messaggi per la Cumann na mBan, movimento paramilitare femminile nazionalista irlandese, fondato nel 1914, composto da suffragette, sindacaliste e socialiste che si sentivano escluse dai Volontari irlandesi, alcune delle quali parteciparono alla Rivoluzione di Pasqua armate di pistola. Di questa parente stretta, Boland scrive «[l]ei era un libro chiuso», e ne descrive l’impenetrabile immagine avvolta nella «nebbia», che è anche la nebbia del ricordo: «mi pare di vederla camminare, / tenendo stretto un messaggio ripiegato» (enfasi aggiunta). La poetessa non vuole riappropriarsi della storia di questa antenata, e si limita a tracciare solo delle congetture sulla sua storia. Pur essendo il passato pieno di vuoti incolmabili, il finale aperto suggerisce che dell’unicità di ciascuna donna non si possano reimpossessare né la politica, né la religione, né la letteratura.

La poesia «Sfratto», basata sulle ricerche d’archivio condotte dalla studiosa Jody Allen-Randolph sulla famiglia materna della Boland, tratta dell’avviso di sfratto dalla casa di Drogheda, ingiunto a sua nonna a inizio Novecento. Nella sezione centrale, la scrittrice passa dal tono tipico del reportage a quello dell’invenzione. «Una donna lascia in lacrime un’aula di tribunale», recita uno di questi versi, lasciandoci nell’incertezza: chi è questa donna? La nonna? La voce poetica? Boland stessa? Una moltitudine di donne? Il tempo verbale sottolinea la dimensione di sospensione, e l’attenzione è posta su un’unica emozione, ossia la sofferenza di questa figura femminile che diviene indeterminata e anonima.

Il componimento «Le storiche» tratta invece della paura che la storia sia inaccurata, e che la poesia non sia sufficiente a render giustizia a chi ne ha scritto le pagine. «Di’ la parola storia», inizia, «vedo / tua madre, e la mia.» Nonostante queste donne siano state cancellate dalla storia ufficiale, esse «[h]anno le mani piene di parole», e nei loro ricordi di «archiviste» sono rimaste aperte le ferite delle storie personali. Tuttavia vi sono donne i cui nomi Boland decide di elencare uno ad uno, nella poesia intitolata ‘«Il nostro futuro sarà il passato di altre donne», commissionatale dalla Missione Permanente d’Irlanda presso le Nazioni Unite e dalla Royal Irish Academy: tra le altre vi sono Eva Gore-Booth e Constance Markiewicz, che si batterono arduamente, in Irlanda, per conquistare il diritto all’esercizio di voto, ottenuto nel 1918. «Se solo potessimo evocarle / o vederle», scrive la poetessa, «queste donne, / matriarche dell’educazione e della dignità […] potremmo dire […] a ciascuna – dammi la mano: ha scritto il nostro futuro»: ricordando queste irlandesi che hanno lottato e vinto, onorandone e celebrandone il ricordo, Boland confidava che le voci delle donne si potessero alzare. E la sua, presente sia pur nell’assenza, continua a risuonare oggi, più viva e potente che mai.

(Irene De Angelis)

(Università di Torino)

irene.deangelis@unito.it


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