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« indietro In Zanzotto e le lingue altre, Semicerchio LXVIII, pp 115-116,
Per la sezione «Magazzino mediolatino. Collana di testi e studi», diretta da Donatella Manzoli – una delle iniziative di «Spolia. Journal of Medieval Studies», dirette a specialisti e amanti della cultura medievale – per La Giustizia Penale e Spolia editori, ha visto la luce nel settembre 2022 una nuova traduzione, riccamente introdotta, della Vita scholastica di Bonvesin della Riva. Il lodevole lavoro si deve a Paolo Garbini, docente di Letteratura latina medievale e umanistica presso la Sapienza, Università di Roma. Come lo stesso Garbini subito segnala nelle prime righe della sua preziosa introduzione, il testo di Bonvesin è un “manuale in distici elegiaci per la scuola e sulla scuola” e come tale ha goduto di una grande fortuna, che lo ha visto protagonista nei contesti scolastici per oltre tre secoli. A rendere meritevole questo testo così conosciuto e plurireplicato (a giudicare dal consistente numero di riproduzioni, sia sotto forma di codici manoscritti, sia di edizioni a stampa) non è solo la persistenza con la quale viene letto a fini formativi, quanto, soprattutto, la strenua resistenza dimostrata di fronte ai duri colpi degli umanisti del secondo Trecento, come ultimo portavoce del filone letterario scolastico dei minores auctores. Due sono le questioni tuttora in discussione che vengono esposte da Garbini nelle pagine introduttive: la datazione e il corredo didattico rappresentato dagli Exempla. L’opera non offre riferimenti utili a una datazione, né aiutano in tal senso testimonianze indirette. Garbini, già nel suo precedente studio Sulla «Vita scholastica» di Bonvesin da la Riva, in «Studi medievali», 1990, pp. 705-37, sostiene che l’opera sia frutto della maturità di Bonvesin, collocabile pertanto tra la fine del Duecento e gli inizi del Trecento, come ritenevano già E. Franceschini (Bonvicinus de Ripa, Vita scholastica, a c. di E. Franceschini, Padova, Gregoriana, 1943) e A. Vidmanová-Schmidtová (Quinqueclaves sapientiae, a c. di A. Vidmanová-Schmidtová, Leipzig, Teubner, 1969, pp. XXII-XL, 37-102). La seconda questione, lungamente indagata da vari studiosi, riguarda l’attribuzione degli otto Exempla in prosa: si tratta di brevi testi tramandati esclusivamente dal ms. Ambrosiano Q 36 sup. e dalle edizioni a stampa del Quattrocento – dove si inframezzavano ai versi del componimento – e collegati da un punto di vista contenutistico all’opera di Bonvesin. Se è vero che il loro stile molto meno ricercato e più lineare rispetto a quello della Vita scholastica fa ragionevolmente dubitare circa un’ipotetica comune paternità, è altresì vero che gli Exempla rappresentano un irrinunciabile sussidio per il lettore, che all’occorrenza torna a ricorrervi per una corretta interpretazione di alcuni passi dell’opera. Un esempio in tal senso è offerto dai vv. 473-478 in cui Bonvesin menziona un castellano, un pirata e un padre disperato, la storia di ciascuno dei quali è narrata rispettivamente negli Exempla 6, 7 e 8. Garbini quindi, pur escludendo la possibilità che la Vita scholastica sia stata concepita dal suo autorecome un prosimetro, colloca gli Exempla alla fine del componimento, ritenendoli testisenza dubbio esterni all’opera principale, ma volutamente connessi a questada Bonvesin in un’interessante operazionedi interdipendenza testuale, quale che sia la loro origine. In merito al contenuto, coerentemente con quanto si propone un testo di stampo manualistico, la Vita scholastica di Bonvesin esaudisce completamente le attese del lettore, accompagnandolo con didascalica premura lungo tutto il percorso di comprensione, memorizzazione e formazione. I 936 versi, in distici elegiaci, di cui è costituito il componimento possono essere così distribuiti in base al contenuto: una quartina con funzione proemiale, una breve introduzione (vv.5-22), un’ampia sezione centrale divisa in due parti (23-766; 767-930) e sei versi finali con i quali l’autore congeda il lettore fornendo il titolo dell’opera e la sua firma. Ogni sezione è poi ulteriormente articolata e suddivisa al suo interno. I 18 versi introduttivi presentano l’immagine suggestiva di una regina “splendida di forme, vergine e pura”, che rappresenta l’obiettivo da raggiungere in questo percorso di formazione: la Sapienza. La prima parte, indirizzata ai rudes, gli allievi, è scandita dal susseguirsi delle quinque claves sapientiae disposte in ordine decrescente per grandezza-importanza, che permettono di aprire cinque porte, allegoria di cinque imprescindibili dettami cui adempiere per accedere finalmente all’ultima camera, quella della “regina”. La seconda parte è dedicata invece ai docti, i maestri, ai quali, con la stessa ineccepibile chiarezza di intenti che pervade l’intera opera, è chiesto di osservare i tre regimina doctorum. Una evidente spia della singolarità di questo testo rispetto agli altri del suo genere è già presente nel titolo, l’unico a contenere la parola Vita. I confini dell’ambito di pertinenza della pedagogia di Bonvesin sono infatti ben più ampi di come ci si attenda da un professore e comprendono la vita dei suoi allievi nella totalità dei suoi molteplici aspetti, dentro e fuori le mura scolastiche. I suoi insegnamenti diventano dei fili immaginari tesi a guidare ogni ragazzo nel suo cammino di crescita, limitando al massimo l’imprevedibilità dell’esperienza educativa e formativa in vista di un’unica meta: l’etica cristiana. La traduzione di Garbini ha il pregevole merito di essere una trasposizione in forme metriche, scelta non obbligata ma straordinariamente opportuna e figlia di una spiccata sensibilità poetica dell’autore stesso. Esametro e pentamentro sono stati resi nella traduzione italiana rispettivamente da un verso lungo con accento in tredicesima sillaba, interpretabile come formato da due settenari (con possibili varianti), e da un endecasillabo. Il risultato è un libro di scuola che, nella globalità della sua traduzione quanto più vicina possibile alla tessitura originale, riesce abilmente e con estrema grazia a regalare al lettore odierno un frammento di dodicesimo secolo. La Vita scholastica, infatti, recupera pienamente l’autenticità dell’«esperienza di un lettore coevo a Bonvesin», come auspica lo stesso Garbini, grazie a un accurato e genuino equilibrio tra il contenuto dell’opera e la forma a esso più fedele e congeniale. La nuova versione della Vita scholastica di Garbini restituisce a quest’opera la sua dimensione originale permettendole di non perdere, ancora oggi, la sua funzione formativa: da manuale che tramandava le quinque claves per la Sapienza, diventa oggi essa stessa una preziosissima chiave di lettura di una società, dei valori in cui credeva, delle modalità in cui si formava, degli espedienti pedagogici di cui si serviva, della sua “vita scolastica”.
(Francesca Chiodo) ¬ top of page |
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